La riforma degli Enti Locali naufraga all’Ars, travolta dal voto segreto, dalle divisioni interne alla maggioranza e dall’assenza di un accordo politico su due nodi centrali: terzo mandato per i sindaci dei comuni minori e quote di genere al 40%.

Dopo il rinvio iniziale dovuto all’emergenza per il ciclone Harry, il disegno di legge è approdato in Aula ma la seduta si è consumata quasi interamente in una lunga e inconcludente discussione generale. Fin da subito è apparso evidente che la maggioranza non aveva i numeri né la volontà di affrontare i punti più divisivi della riforma, in particolare proprio il terzo mandato.
In questo clima teso, le opposizioni hanno chiesto di votare subito gli articoli su rappresentanza femminile e rieleggibilità dei sindaci, provocando scontri in Aula. Alla fine si è passati al voto sull’articolo 1, quello sugli ispettori degli Enti Locali, ma la richiesta di voto segreto ha segnato il primo colpo mortale alla riforma: 33 contrari e 21 favorevoli hanno bocciato l’articolo.
Dopo una sospensione e un tentativo fallito di mediazione, è arrivato il rinvio del provvedimento. Un rinvio che pesa come una bocciatura definitiva: per entrare in vigore prima delle elezioni amministrative di giugno, la legge dovrebbe essere approvata entro l’11 febbraio, ma l’Ars tornerà a discuterla solo il 10 febbraio, lasciando di fatto pochissime ore per un accordo blindato. In caso contrario, la riforma slitterà direttamente al 2027.
Durissima la reazione delle parlamentari siciliane, che denunciano il ricorso al voto segreto come un espediente per affossare la norma sulla parità di genere, ricordando che la Sicilia resta fanalino di coda con meno del 15% di donne nelle giunte comunali.