Riceviamo e pubblichiamo dal consigliere Francesco Foggia

Il nostro ospedale assunto a Dea di 1 livello vive un grande malessere, reale e, ad un tempo,

inverosimile a causa del declassamento formale e concettuale subìto in questi ultimi anni. Molti

reparti dalle prestazioni sanitarie di eccellenza, allo stato attuale sono in agonia, uno di questi, la

Pediatria, che manca di personale medico che possa sostenere ritmi e ricoveri di una certa urgenza,

ma che invece ha una sola unità permanente, di grande competenza professionale, ma pur sempre

umana. Le turnazioni e i ritmi incessanti per le continue richieste, non possono essere assunti da un

solo medico, supportato in maniera temporanea da colleghi che non si risparmiano in termini di

tempo e di lavoro. Rimangono in piedi nel nostro nosocomio i reparti di Cardiologia, Ortopedia e

Radiologia e degli altri reparti come la Chirurgia generale, Medicina e Ostetricia il vuoto più

assoluto. L’equipe medica si è vistosamente assottigliata di numero (da sette/otto medici per reparto

a uno /due) e primari di un certo rilievo sono stati spostati altrove o hanno preferito rientrare in

strutture ospedaliere viciniore. Come è possibile che non si sia rispettato nulla di quanto è stato fatto

e sottofirmato. La politica territoriale della provincia e della regione guarda altrove: è volontà

comune dei governanti il consolidamento di nosocomi come Marsala e Castelvetrano; lo stesso

ospedale di Alcamo diventa per la chirurgia unità operativa complessa, mentre da noi, poco per

volta, le scelte politiche sono divenute sempre più evasive e discordanti. Ci si chiede se ancora una

volta le logiche clientelari e una certa politica la fanno da padroni, se la salute dei cittadini mazaresi

deve essere messa a dura prova non potendo contare su un ospedale che sappia accogliere i pazienti

senza stress emotivo da parte di sanitari medici e paramedici, che non possono sopperire alla mole

ingente delle richieste e devono per forza di cose desistere da un intervento immediato e

rassicurante. Che dire poi dei nostri piccoli pazienti che si ritrovano le porte chiuse perché ad una

certa ora la Pediatria non è attiva e i genitori devono spostarsi nei paesi limitrofi.

Senza voler puntare il dito nei riguardi di alcuno perché ritengo che scellerate siano solo le scelte

della politica utilitaristica, delle poltrone e delle congetture che a tutto puntano, tranne alla tutela

della salute pubblica, si constata, purtroppo, che gli attori politici protagonisti sono quelli che ad

oggi prendono decisioni sulla base di favoritismi e di raggiri con promesse mai mantenute. In

qualità di assessore provinciale con delega alla Salute e come fervido sostenitore di numerose

battaglie condotte per il nostro presidio sanitario, mi corre l’obbligo di difendere il nostro ospedale

e rivolgo l’invito a quanti insieme a me possano trovare la forza di andare avanti con i solleciti alle

amministrazioni locale, provinciale e regionale. Inoltre, a breve, inoltrerò al nostro parlamentare

nazionale on. Giorgio Mulè una lettera di invito per venire a verificare di persona lo stato di

malessere in cui versa il nostro ospedale, chiedendogli espressamente di prenderne atto,

congiuntamente al sindaco Salvatore Quinci, nonché presidente del Libero Consorzio di Trapani, al

fine di verificare quello che oggi rimane del nostro ospedale dichiarato sulla carta di primo livello.

Non mi soffermo sulle elencazioni numeriche alquanto risicate del personale addetto ai lavori di

sanità e delle urgenze che sono tante e che non possono essere soddisfatte in quanto mancano

competenze e risorse materiali così da rendere inefficaci e inefficienti i servizi. E allora da cittadino,

sollecito a viva voce un’attenzione maggiore per il nostro ospedale che ha le carte in regola per

mantenere il primato di un’offerta sanitaria di eccellenza; come responsabile delegato provinciale

mi corre l’obbligo di denunciare un’assenza deliberata di progettualità politica rivolta ad altre

finalità legate a strategie di potere. Colgo e riporto il malumore di una cittadinanza che si ritrova a

non potere lenire il dolore della malattia nemmeno in un contesto accogliente e rassicurante quale

una struttura ospedaliera i cui operatori si devono arrabattare per rimanere eroi.