Castellammare di Stabia – Sezione Archeoclub Italia: scoperti ancora mulini e acquedotti.

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Castellammare di Stabia – Sezione Archeoclub Italia: scoperti ancora mulini e acquedotti.

Massimo Santaniello ( Pres. Archeoclub d’Italia sede di Castellammare di Stabia) : “Stiamo riscrivendo la storia di un’area termale che aveva ben 10 Mulini e 4 Acquedotti. E molti di questi Mulini erano sulle vie della pasta, sulle vie di Gragnano!”. Alcuni erano alimentati dalle acque provenienti da Gragnano.

Rosario Santanastasio (Pres. Nazionale Archeoclub d’Italia) : “Ecco perché portare in Italia il Decimo Forum Mondiale dell’Acqua. Sarebbe importante per affrontare il tema risorsa in ottica Recovery Fund. Stiamo lavorando ad un Press Tour sull’area”.

“Nella zona stabiese erano ben due le valli dei Mulini. Si pensava che ci fosse un solo qualche mulino ed invece ne erano almeno 10.  Abbiamo ritrovato  un testo ottocentesco stampato a Napoli nel 1833 e ordinato da S.E. Dr. Niccolò Santangelo Segretario di Stato e Ministro degli Affari Interni del Regno delle due Sicilie.  Ed arriva, proprio da questo testo la certezza che l’Acquedotto Quisisana non fosse borbonico. Infatti tale acquedotto è stato solo ristrutturato dai Borbone. Ma la ricerca sta conducendo ad un altro risultato sorprendente: in zona gli Acquedotti erano ben 4 e probabilmente tutti di origine romana. Dunque un quarto Acquedotto  che da Pimonte alimentava i terzieri di Privati, Mezzapietra e Scanzano”. Lo ha annunciato pochi minuti fa, Massimo Santaniello, Presidente Archeoclub d’Italia sede di Castellammare di Stabia, in Campania.

Ricerche che stanno riscrivendo la storia di questa area termale famosa nel mondo e quasi ai confini con la Costiera Amalfitana!

“Con l’incremento demografico e la necessità di lavorare grandi quantità di grano a costi inferiori, si cominciano a sviluppare i Mulini ad acqua, già conosciuti in epoca Romana, ma il largo utilizzo avvenne solo nel periodo medievale. Essi sorgevano lungo i fiumi, dove sfruttavano l’andamento costante delle correnti – ha proseguito Santaniello –  oppure lungo i torrenti e alimentati da piccoli tratti di acquedotti che correvano lungo le valli. Per garantire un flusso costante dell’acqua, spesso si realizzavano piccoli invasi o delle alte torri. Ricordiamo che l’acqua potabile è una risorsa pubblica di primaria importanza e lo era anche nell’antichità. Per cui essa è stata sempre gestita nell’interesse pubblico. E’ poco probabile che un privato potesse costruire un acquedotto per alimentare i suoi mulini a discapito delle acque destinate alla popolazione. Inoltre, bisognava attraversare le proprietà private, e in mancanza della legge sull’esproprio anche gli acquedotti pubblici avevano difficoltà di passaggio.

I mulini venivano utilizzati principalmente per la macinazione del grano, ma molto spesso anche per altre attività, come frantoi, segherie, ecc… che richiedevano energia meccanica. Tutto ciò fino a quando non sono state inventate le pompe a vapore e successivamente quelle elettriche.

Nel territorio stabiese per i mulini si sfruttarono i torrenti che discendevano le valli dei Monti Lattari. Le acque venivano incanalate in appositi acquedotti che le raccoglievano per convogliarle sulle pale che azionavano le macine, trasformando il flusso di acqua in energia meccanica. Anche a Castellammare di Stabia, come nei comuni limitrofi attraversati dai torrenti dei Monti Lattari, sorsero moltissimi Mulini. Infatti, esistono diverse stampe, quadri e incisioni che ritraggono i Mulini di Castellammare di Stabia, concentrati in modo particolare nei punti di transito dei torrenti che attraversavano la città. Tanto che ancora oggi viene usato il toponimo “la salita del Mulino”, che identificata le attuali strade di via Surripa e via Salita Ponte Scanzano, quest’ultimo appunto per la presenza di un ponte posto nei pressi del Mulino che consentiva di superare il rivo Cannetiello”.
I Mulini verso Gragnano.
 “Alcuni Mulini sorsero lungo la dorsale dell’attuale viale Puglia e lungo la S.P. per Gragnano. Verso la metà dell’ottocento si contavano almeno quattro Mulini dal confine con il comune di Gragnano fino alla spiaggia di Castellammare di Stabia. Tra questi i più importanti erano il Mulino della Rocca sito all’ingresso di via Carcarella e il Mulino Carcarella poco distante dall’Hotel dei Congressi. I Mulini potrebbero essere sei se dagli atti di provenienza di due edifici dovesse risultare l’originaria destinazione – ha dichiarato Stefano Santaniello, ingegnere e segretario di Archeoclub d’Italia sede di Castellammare di Stabia –  si tratta di due edifici in via Surripa ancora oggi perfettamente intatti, ma convertiti in abitazioni. Un altro mulino era ubicato all’inizio di via Ponte Scanzano e un altro molto probabilmente di fronte all’Hotel dei Congressi, entrambi demoliti quando venne realizzata la copertura dell’alveo Cannetiello. Quello documentato con stampe e quadri ottocenteschi è il mulino situato all’incrocio tra via Ponte Scanzano e via Surripa.

Ma dai testi antichi risultano altri cinque mulini che sfruttavano il torrente che sfocia nel rione Caporivo nel centro Antico, costeggiando la stupenda Villa Vollono. Infatti, S.E. Niccolò Santangelo, Segretario di Stato e Ministro degli Affari Interni del Regno delle due Sicilie, nel 1833 promosse uno studio sulle acque minerali di Castellammare di Stabia. I resti dei cinque mulini vanno ricercati tra la folta vegetazione spontanea che copre l’intero vallone di Caporivo”.

 Nello stesso testo si parla della ristrutturazione dell’Acquedotto “Quisisana”.
“Inoltre, il testo chiarisce che l’acquedotto di Quisisana sia stato “ristrutturato” nel 1783 per ordine di Ferdinando I di Borbone. Che esistesse un acquedotto nella zona più orientale della città proveniente da Gragnano – ha proseguito ancora Stefano Sntaniello –  che abbiamo individuato nelle arcate visibili in Trav. Savorito.

Inoltre, un altro acquedotto che da Pimonte, località Canti, alimentava i terzieri di Privati, Mezzapietra e Scanzano. Siamo sulle tracce di quest’ultimo”.

 Ma ecco la ricerca nel dettaglio:
 “Intanto, ci siamo chiesti come venissero alimentati i mulini lungo l’asse Gragnano Castellammare e se ci fossero ancora delle tracce. Quindi ci siamo messi alla ricerca con l’ausilio delle mappe storiche, le quali forniscono spesso degli indizi fondamentali. Una mappa borbonica ci rivela con esattezza il tracciato e il toponimo dei due Mulini più importanti: Il Mulino della Rocca e il Mulino Carcarella. Dopo alcuni sopralluoghi ne rinveniamo i resti in almeno due tratti visibili lungo la S.P. per Gragnano, ma le ricerche dovrebbero continuare nelle proprietà private. I resti delle due antiche rovine sono visibili dalla pubblica strada nei pressi di via Carcarella  – ha concluso Santaniello – e via Suppezzo, dove le mappe riportano i due ponti canale. Quello di via Carcarella è ancora oggi integro. A questo punto è lecito ipotizzare che l’origine di questo acquedotto possa essere molto antica, l’area era frequentata fin dall’epoca romana, come testimoniano i ritrovamenti archeologici censiti dalla Soprintendenza nei pressi dei pozzi della GO.RI. spa di via Suppezzo. Inoltre, proprio in via Salita Ponte Scanzano esistono testimonianze di una villa rustica rilevata dai Borbone e descritta nella Tavola XVI, sotto villa Weiss. Quindi potrebbe trattarsi di un terzo acquedotto romano che discendeva la valle fino a Stabiae.
Bisogna prendere atto che la città ha pagato un prezzo molto alto per la modernizzazione e lo sviluppo demografico, ma soprattutto per l’indifferenza di fronte alla distruzione del patrimonio storico spesso causato da interventi pubblici. Grandi opere come la variante alla S.S.145 Sorrentina, la Circumvesuviana, le strade di collegamento intercomunali, la costruzione dei quartieri popolari di via Cicerone, hanno completamente stravolto il territorio compromettendo tante opere di interesse storico a vantaggio delle infrastrutture. Nella fase di ricostruzione post bellica e di espansione urbanistica è mancata completamente l’opera delle autorità preposte alla tutela dei beni storici. Ancora oggi dobbiamo constatare che la scarsa conoscenza del territorio e i pochi studi effettuati sono causa della perdita di tante testimonianze storiche. Noi dell’archeoclub con grande fatica stiamo cercando di recuperare, grazie alla sola lettura delle mappe e dei testi antichi e con l’esplorazione del territorio. Dulcis in fundo non si comprende con quale logica sia avvenuta la suddivisione della città tra due Soprintendenze Archeologiche. Adesso se si vuole salvare ciò che è rimasto occorre un grande intervento pubblico e un’opera di sensibilizzazione dei cittadini, collaborare per il grande progetto della “Città Museo”. Cercare, custodire e valorizzare ciò che ricade nelle proprietà pubbliche e private”.  Intanto Archeoclub d’Italia farà la sua parte e sta lavorando alla realizzazione di un Press Tour in Autunno proprio in questa zona della Campania.
 L’obiettivo è di puntare alla candidatura dell’Italia a sede del Decimo Forum Mondiale dell’Acqua.
 “Ci crediamo, Archeoclub d’Italia è nel comitato promotore che si chiama “Italy Water Forum 2024” presieduto da una persona di esperienza, quale il geologo Endro Martini – ha dichiarato Rosario Sntanastasio, Presidente Nazionale di Archeoclub d’Italia – e l’Italia con Firenze, Assisi, Roma, con altre 15 località che saranno protagoniste anche di ben 15 Educational Tour, è nella short – list delle finaliste. Sarà un Forum anche in ottica Recovery Fund, un’occasione storica per affrontare il tema della “risorsa acqua”.

Noi ci siamo!”.

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