[Campus Belli] Motivazioni dell’assoluzione di Caravà: «Non parla nelle intercettazioni»

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ciro caravà

MARSALA, 16 GIU – Il Tribunale di Marsala (presidente Gioacchino Natoli, a latere Roberto Riggio e Sara Quittino) ha depositato le motivazioni della sentenza d’assoluzione dell’ex sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, coinvolto nell’operazione “Campus Belli” che lo porto in carcere insieme ad altre dieci persone nel dicembre del 2011. Poco più di 40 pagine che spiegano il perché il Tribunale ha deciso di assolvere l’ex primo cittadino, per il quale il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo aveva chiesto 18 anni. Le motivazioni analizzano diversi aspetti. A partire dall’affermata assistenza agli associati. Secondo l’accusa il Caravà avrebbe pagato i biglietti da viaggio ai familiari del boss ora defunto Nunzio Spezia. E questo sarebbe venuto fuori dalle intercettazioni tra i familiari. Così scrive il Tribunale: «Le intercettazioni costituiscono un materiale probatorio troppo scarno ed equivoco per consentire di affermare un ruolo e un apporto al sodalizio da parte dell’imputato, nei grani termini (addirittura) di uno strutturale “sostentamento economico ai capi-mafia detenuti e alle loro famiglie”, condotta che evoca in modo inequivoco una collocazione (non occasionale e saltuaria) “strategica e permanente” per il mantenimento dei fini criminali di Cosa Nostra». Il Tribunale ha ribadito come il Caravà sia rimasto sempre estraneo ai dialoghi, «a carico del quale – nonostante le non brevi indagini preliminari e numerose intercettazioni – nessuna sua parola è mai stata registrata nelle captazioni (telefoniche e ambientali) disposte dagli inquirenti». Altro capitolo è quello dedicato all’appoggio elettorale della “famiglia” di Campobello all’ex sindaco. Sempre il Tribunale: «Non sono emersi elementi idonei ad assumere il significato di un’alleanza criminale tra la “famiglia” e il Caravà». Così scrive il Tribunale: «Manca la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, di una richiesta di sostegno elettorale formulata dal Caravà alla famiglia di Campobello, così come manca la prova di un concreto ed effettivo procacciamento di voti, in suo favore, da parte di esponenti dell’associazione mafiosa». Altro capitolo è la presunta ingerenza dell’ex sindaco negli appalti pubblici. Queste le motivazioni del Tribunale: «Appare quanto meno arduo, se non del tutto infondato, sostenere che la prova penale di una spartizione degli appalti possa essere desunta dalle mere “chiacchiere in libertà”. Il Tribunale ha analizzato, altresì, come, nonostante la relazione della commissione d’accesso e la deposizione del vice prefetto Baldassare Ingoglia evidenziassero alcune irregolarità nelle gare pubbliche, «non si comprende l’automatismo transitivo attraverso cui tale irregolarità siano state imputate al sindaco, estraneo alle commissioni di gara, ai cui componenti la commissione prefettizia non risulta abbia mai stato contestato alcun addebito per turbativa d’asta». È sempre il Tribunale che scrive: «È evidente che i sospetti avanzati dall’accusa su un’asserita doppiezza di Caravà (apparentemente votato all’impegno per la legalità e l’antimafia, ma in realtà partecipe all’associazione mafiosa), risultano notevolmente affievoliti – se non evaporati – non superando di certo la soglia della probable cause».

di Max Firreri e Chiara Putaggio

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