De brevitate vitae: il settimo anno senza te.

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De brevitate vitae: il settimo anno senza te.

Mamma, mammina, per quei diciassette giorni ho sempre sperato in un cambiamento, in un segno e soltanto in una occasione ebbi una sorta di batticuore. Un tuo colpo di tosse mi fece sperare in quel desiderato risveglio e, preso o dalla gioia o dal panico, chiamai tutti gli infermieri che erano in sala. Le mie pupille brillarono ma poi, chi di dovere, mi spiegò che quel colpo di tosse era quasi normale e mi illustrò, altresì, come doveva reagire il corpo alle sollecitazioni; praticamente tutto il contrario di quello che accadeva. Fino all’ultimo tuo respiro, però, conservai un maledetto briciolo di speranza.

Quasi ogni giorno, come una sorta di prescrizione medica assegnatami da un luminare, apro alcune cartelle del pc contenenti le nostre foto; le guardo e, ricordando quando e per cosa le abbiamo scattate, sorrido. Capita anche di scorrere la rubrica e, soffermatomi sul tuo numero, tentare di chiamarti ma, alla fine, deduco che tutto ciò sarà altamente inutile perché non riceverò alcuna risposta anche se il tuo numero è rimasto, ancora oggi, nell’elenco dei preferiti.

In questi sette anni il raggiungimento di un equilibrio interiore, lo scavare dentro le viscere del proprio Io e riscoprire se stessi è stata, ed è ancora, una delle prove più ardue, difficili e complicate che la mente umana possa raggiungere. Avrei tanto voluto avere il “problema” di come organizzare il compleanno di mamma o aiutarla a casa dopo aver concluso il pranzo di natale o addirittura, e di questo mi duole il cuore, avere avuto il piacere di lavorarci insieme e girare le innumerevoli aule dei Tribunali da lei frequentate. In questi casi, per non pensare a tutto ciò, entra in gioco la tanto utilizzata e osannata parola della “Resilienza”, il cui significato lo si può ricavare dal latino ed in modo particolare dal verbo resilere cioè rimbalzare; l’abilità di un sistema di rispondere in modo più o meno elastico a sollecitazioni esterne. Una risposta adattiva ma sempre e solo positiva ad un cambiamento più o meno traumatico.

Ho avuto modo di interfacciarmi con tante persone in questo lungo anno e ad ognuno di loro consiglio di essere, in primis, sempre sinceri non solo con se stessi ma anche con il proprio interlocutore perché chi ci ascolta e dedica il suo tempo non è un robot o un follower ma un essere dotato di raziocinio ed in grado di provare emozioni sia positive che negative. In secundis cerchiamo di scrollarci di dosso quegli inutili pensieri che disturbano la nostra quiete, di vivere con un po’di leggerezza e di uscire, con tutta la calma di questo mondo, da quel laccio o labirinto chiamato passato. È vero che ogni dolore ha il suo tempo di guarigione e deve essere rispettato da chi ne è a conoscenza ma non dobbiamo rimanerne bloccati; il mondo è pieno di tante belle persone e di tante belle cose.

Insomma la vera forza per superare la nostra linea di confine tra la paura ed il vero risorgimento vive ed è insita in noi stessi. Dovremmo cercare di non utilizzare come una sorta di jolly ciò che in passato è accaduto e che ci ha portato un forte mal di vivere e, in alcuni casi, non ci fa e non ci ha fatto compiere tutte quelle azioni utili e necessarie per trasformare il nostro status quotidiano da “sopravvivenza” a “vita”. Quella inutile carta buttiamola dal nostro mazzo e non usiamola come scudo per non andare avanti ma iniziamo, invece, ad usare i nostri migliori assi. Non rimaniamo relegati in quel limbo senza via d’uscita, voltiamo pagina, chiudiamo il libro del passato ed evolviamoci.

Antonella aveva proprio fatto così, soprattutto dopo la perdita del suo amato marito e, nell’ultimo periodo, delle non tanto buone condizioni di salute della sua mamma. Aveva fin da subito gettato via il jolly del dolore e delle scuse riuscendo a mostrare a tutti noi la sua migliore carta: l’asso di cuori. Insieme guardavamo nella stessa direzione perché eravamo consapevoli che dove ci si ama, la notte non scende mai e non c’era niente e nessuno che poteva farci stare bene come lei.

Quell’amaro destino non l’aveva scelto ma le è stato affidato e, come una regina, è riuscita ad adempiere, nel migliore dei modi, a tutto ciò che la vita le ha assegnato seppur per poco tempo.

Cara mamma non ho mai preteso granché da questa esistenza perché ciò che riempiva il mio cuore erano le tue piccole attenzioni: ricordo che nelle rarissime occasioni in cui eri a casa ed io stavo studiando per qualche esame universitario, tu, mi portavi alle ore 18.00 un caffè fatto con la moka il cui profumo riempiva tutta la casa. Dalla stanza sentivo i tuoi inconfondibili passi, entravi, mi chiamavi “amò”, sorridevi e mi accarezzavi e per qualche secondo tornavo quel ragazzo felice e spensierato; ancora oggi, cresciuto e con qualche pelo bianco, desidererò quel caffè.

Bene o male tutto torna: le cose, i soldi, le persone (non tutte); l’unica cosa che non torna è il tempo, sfruttiamolo bene e riempiamolo di bei momenti ed in fin dei conti seppur sia vero che, una volta disteso a letto, tiri le somme della tua inutile giornata scandita da post pubblicati sui social e qualche messaggio in chat ed in stanza vi sia l’eco di quella espirazione che è come un “vabbè”, dopo aver pregato chi di dovere, auguriamoci sempre che domani possa accadere qualcosa di bello.

In una delle precedenti lettere, alla domanda su quale fosse il mio più grande sogno risposi che ne avevo tanti ma che alcuni erano diventati una chimera. In realtà un sogno ancora c’è e non è mai sparito dal mio cassetto. Sebbene l’epoca in cui viviamo sia contornata dall’assenza di valori io credo in un futuro roseo; immagino dei bambini che vadano all’incontro del loro papà, una volta rientrato a casa, per abbracciarlo e che mi raccontino la loro giornata o che abbiano voglia di giocare, di viaggiare, di scoprire tante cose e di ascoltare qualche bella storia o aneddoto sulla loro nonna Antonella. Forse, in quel momento, sarò veramente felice.

Mammina anche se con oggi sono passati sette anni dalla tua partenza e come direbbe Leopardi “A pensar come tutto al mondo passa e quasi orma non lascia” (La sera del dì di festa), in realtà qualcosa in questo mondo rimane: quell’amore che per te, cara mamma, mai tramonterà e che sarà sempre e solo l’alba di tutte le mie giornate.

In cuor mio spero sempre, con queste poche righe che ogni anno scrivo, di potervi fare ricordare anche per un solo giorno Antonella e di farla, passatemi la parola, “conoscere” a chi non ha avuto il piacere di incontrarla in questa vita.

Chiudo questa mia breve riflessione o chiacchierata sull’anno passato alla stessa maniera di quelle degli anni precedenti, con un tuo messaggio ricevuto la sera in cui mi trovavo dentro un frantoio oleario. Un messaggio che possa essere di aiuto non solo a me ma a tutti coloro i quali hanno avuto la pazienza di leggere quanto scritto:

“Ogni persona ha un suo destino ma molto dipende anche da come si affronta la vita. Bisogna sempre essere positivi e propositivi. Vedrai che si accenderà un sorriso.”

Ad maiora.

Aurelio, tuo figlio.

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