[Dal Web] Trattato di Sociologia Milanese (scritto da una terrona)

Credevo che l’espressione “differenze culturali” fosse una locuzione senza senso. Credevo. Fino a quando il destino m’ha scaraventata a Milano, e col paracadute bucato.

Se arrivi a Milano da qualsiasi parte del globo terracqueo ti sembrerà una città cosmopolita, mediamente brutta ma tutto sommato accettabile, con spunti creativi a tratti interessanti e pretese avanguardiste. Se ci arrivi dal Sud ti sembrerà una tragedia.
Si, perché le differenze, spesso nate da stereotipi male intesi o travestite da finte battute di (poco)spirito esistono, eccome. Di testa, di approccio, di valori, di modo di vivere, di divertirsi, di stile, così tante che ci si potrebbe scrivere un trattato sociologico. Ed eccolo qua.
Consideratelo il mio personalissimo tributo e libretto d’istruzioni, a memoria futura dei tanti terroni a cui verrà malauguratamente in mente di tentare come me l’ardua impresa.

  • I luoghi cult. Se in una serata nebbiosa e umida vi aggirerete come anime in pena alla ricerca del Sacro Graal, ovvero il panino napoletano di Elisabetta, la pusher della rosticceria all’angolo sotto casa di mammà che per anni ha alimentato le mie passioni, letteralmente, bhe…andatevene a dormire. A Milano ciò che più si avvicina alle rosticcerie terroniche è il kebabbaro o la pizzeria egiziana co’le pizze di poliuretano espanso. Fatevene una ragione: qui la gente non conosce la gioia tutta unta del buon cibo di strada, e si ritrova al bakery, perché se la focaccia di cartone non costa 60 euro al kg non è mangiabile, o al massimo va in tisaneria. Si, avete capito bene: luoghi dove si consumano intrugli a base di niente misto ad erbe, di quelli che mio padre a vederli, chiederebbe, all’apice del suo stupore, “ma che è, ve fa male a panza”?
  • Il weekend. Al milanese toccategli tutto; il gatto, la nonna o il Fay, ma non la sacralità del week end. Come se ti restassero solo due giorni di tempo per vivere davvero, e tu dovessi urgentemente trovare la cosa più figa da fare. E tu che aspettavi il venerdì pomeriggio per scofanarti di pringles davanti a thewalkingdead, poro sfigato, devi inventarti qualcosa. E via di smartbox, giftbox, sticazzibox e chi più ne ha più ne metta, giù di freeclimbing e percorsi avventura alla palestra dell’isolato, torneo di burraco e mostra di Kitisinculowsky (gli artisti contemporanei russi spaccano). Devi far qualcosa. Poi magari stai barricato in cantina a schiattarti di lampade solari, ma l’importante è che tu abbia qualcosa da raccontare il lunedì’ mattina.
  •  Il compleanno. Girando l’Italia in compagnia del fido amico trolley ho scoperto che il termine ha diverse accezioni alle diverse latitudini, specie a Milano. Il significato del compleanno a Milano è pressappoco questo: io scelgo il ristorante, te lo faccio sapere, tu vieni, mi fai il regalo, ti paghi la cena, e io infine ti offro una fetta di torta. Cioè, per un terrone è inconcepibile: è il mio compleanno, e se io ho il piacere di condividerlo con te tocca a me offrirti una cena, e non esiste che ti lascio pagare, eccheccazzo.
  • Quello che fa figo. Puoi anche aver trovato la cura per la neurofibromatosi acuta attraverso con la sola imposizione delle dita, ma se non hai una Louis Vuitton portata sopra al polso modello donatore AVIS, e almeno due cognomi, qui non sei nessuno. Il milanese tipo è ossessionato dall’idea di apparire fashion, cool, glam, avanti, top, e potrei aggiungere mille altre parole analoghe che non vogliono dire nulla. O di apparire e basta. E per essere figo è disposto a tutto, tipo inventarsi neologismi e lavori inutili, purchè abbiano dentro la parola “manager”, uscire senza calze nei giorni della merla, spendere 200 euro al sabato per un tavolino con su una bottiglia di spumante nel privet vip, ascoltare i lamenti di ragazzini viziati coi indosso i pantaloni dei fratelli maggiori, spacciandoli per rap, trovare godimento in quel crimine contro l’umanità che è il brunch della domenica mattina, lo spuntino mezzo pranzo mezzo nonsoché che dovrebbe indurmi ad alzarmi dal letto, docciarmi, e mettermi in tiro, nell’orario in cui sono di norma impegnata a sponsare il pane nel ragù per colazione.

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  •  Il mercato. Il mercatino rionale è l’evento nel quale realizzerai l’incommensurabile distanza tra i due mondi, seconda solo a quella tra Gigi d’alessio e la musica. Perché il mercato di poggioreale, con i suoi vicoletti tortuosi, i camerini improvvisati, dove ho imparato le basi del marketing meglio che all’università, dove sono stata iniziata all’antica arte della negoziazione, qui semplicemente non esiste. Qui c’è soltanto un sobrio e pacifico scambio di merci, senza ambulanti urlanti, che tentano di venderti improbabili “pinocchietti p’è finocchietti, e smanicati p’e drogati” o che ti ammoniscono di non rubare, “perché tanto è gggià arrubbbat”. E non esiste che proviate a tirare sul prezzo improvvisando spudorate bugie come “il tuo collega le vende a meno” o minacce del tipo “guarda che me ne vado dal prossimo”, perché con il suo imperturbabile aplombe il commerciante milanese ti risponderà “vada pure”. Ed è qui che io mi incazzo come una foca monaca con l’ulcera e divento una rabbina anche per mezzo euro in più, perché secondo la mia concezione semplice della vita il mercato è fatto per contrattà, sennò si chiamava “negozio”.

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  • Gli schematismi. Il pragmatismo e una meticolosa pianificazione del tempo sono tratti peculiari di questa anomala creatura. Il milanese non cammina, corre, non corre, schizza, non lavora, fattura, perché si è messo in testa di essere il paladino del lavoro e di essere nato per produrre, per cui ogni minuto perso è un minuto sottratto alla messianica missione. E’ per lo stesso motivo che non ha mai tempo, che pranza alle 12.30 spaccate e se una volta all’anno gli chiedi un passaggio, perché nevica, o perché hai l’auto in panne, lui te lo dà, ma fino alla metro più vicina, poi t’arrangi. E’ per questo motivo e perché fondamentalmente nel suo universo individualista a forma di monolocale non gliene po fregà de meno di te.
  • Il linguaggio. Vi siete fatti il mazzo su manuali di linguistica, avete passato i migliori anni della vostra vita a cercare di capire cosa diavolo avesse fumato il buon Saussure? Bene, dimenticate tutto. La lingua del futuro qui a Milano è lo slang, il colloquiale, l’inglesismo. Vi potrà capitare di ricevere un invito ad una confcall nella quale sarete brieffati sulla lista deito do prima di interfacciarvi col cliente per un rapido recap degli open issues che sono ancora to be defined. Non vi spaventate, vuol dire che potete tranquillamente continuare a passare il pomeriggio su facebook.

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    • Il cibo. Io qualche dubbio che la peperonata della nonna non fosse poi così salutare ce l’avevo. Epperò dalla peperonata alla rucola bio o al Get Fit la domenica alle 13 c’è un mondo. E nel mio mondo c’è il concetto di pranzo, di quelli che diventano cene e non te ne accorgi, delle nottate universitarie passate intorno ad un tavolo anziché in disco, perché oltre al piatto di pasta coi tuoi commensali stai condividendo una parte di quello che sei, della tua storia, ed è così piacevole, e formativo, certe volte, sporgersi dalle barriere del proprio individualismo e scoprire che fuori c’è un orizzonte sconfinato di diversità, di contraddizioni, di sfaccettature, di altro che arricchisce e riempie.

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Ecco, ora conoscete il verbo. Come prima parte direi che può bastare.

Mò però vi devo salutare, che tutta ‘sta milanesità mi ha messo un’irrefrenabile voglia di  uno spaghettavongole.

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04lunedìnov 2013

Pubblicato da  in più Bloody che Mary

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