Polemiche per la cittadinanza a Suarez. “Io sposata con un italiano rischio il foglio di via”

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Il calciatore sta ultimando le pratiche per diventare cittadino e poter essere tesserato con la Juventus. Ma il caso fa discutere: per chi chiede la naturalizzazione il dl Salvini ha allungato i tempi da 2 a 4 anni. E c’è chi come Fatjona ha rischiato l’espulsione pur avendo un marito e due figlie italiane…

Immigrati in Italia. Mani e passaporto - SITO NUOVO

ROMA – Per Luis Suarez, attaccante uruguayano, l’ultimo scoglio per approdare alla Juventus è l’esame di lingua italiana B1. Il calciatore lo sostiene oggi all’Università per gli stranieri di Perugia, dopodiché il percorso per diventare cittadino, e per il tesseramento in bianconero, dovrebbe essere in discesa. Per chiudere la trattativa, infatti, Suarez deve diventare comunitario, perché il club ha esaurito il numero di extracomunitari da poter tesserare. Sposato con Sofia Balbi, uruguayana anche lei, ma con doppia cittadinanza, ottenuta grazie al nonno friulano, Suarez potrà acquisire il passaporto per matrimonio. Una storia che va oltre il calciomercato. Le tempistiche (entro il 6 ottobre) per la pratica di cittadinanza, infatti, hanno scatenato diverse proteste. Specialmente da parte dei tanti figli di stranieri nati o cresciuti in Italia, per i quali, invece, i tempi burocratici si sono allungati dopo l’entrata in vigore dei decreti Salvini.

Non solo, ma c’è chi ha una storia ancora più complicata. Come Fatjona Lamçe, che è cresciuta in Italia e oggi ha un marito e due figlie italiane. Nonostante questo, però, ha rischiato di essere rimandata in Albania con un foglio di via. E’ l’unica della sua famiglia, infatti, a non essere italiana: anche i suoi genitori, arrivati qui alla fine degli anni ‘90 sono diventati cittadini per naturalizzazione. All’epoca sia lei che sua sorella erano già maggiorenni e non hanno quindi seguito il percorso della famiglia. “All’inizio non mi sono preoccupata – racconta Fatjona -. Non ho pensato subito a fare domanda. L’ho fatto solo due anni dopo il matrimonio, nel novembre del 2017, anche se sono più di vent’anni che sono qui: sono arrivata in Italia a 11 anni e ora ne ho 33. Ho sempre pensato che, prima o poi, questo paese mi avrebbe riconosciuta come cittadina, non che fosse un diritto dato in concessione”. Ma le cose per lei non sono andate sempre per il verso giusto, nonostante abbia fatto tutti gli studi in Italia, dalle medie in poi, e abbia formato una famiglia qui. Oggi ha due bambine di tre anni e 5 mesi, con doppia cittadinanza.

“Ho avuto un problema con il permesso di soggiorno e fatto domanda per la carta di soggiorno (permesso CE per lungosoggiornanti, ndr). Nel frattempo con mio marito abbiamo deciso di cambiare casa – spiega -. Non sapevo di dover comunicare il cambio di residenza, così quando sono venuti a controllare che non avessi dichiarato il falso non mi hanno trovata al vecchio indirizzo e ho ricevuto un foglio di espulsione. Non potevo crederci, la mia bambina era appena nata e io, dopo 20 anni anni in italia, mi ritrovavo col foglio di via”. Una volta in questura l’equivoco si chiarisce. Ma il problema rimane. “Mi hanno dato un permesso soggiorno in quanto madre di una bambina italiana, ma hanno completamente resettato tutta la mia storia precedente. Non ho ottenuto la carta di soggiorno, perché per loro sono formalmente in Italia dal 2017. Anche se il mio ingresso è stato il 2 giugno del 1999”.

Il decreto Salvini ha allungato i tempi da 2 a 4 anni per le richieste di cittadinanza

Per questo oggi Fatjona si chiede come sia possibile che, invece, un calciatore possa avere un percorso privilegiato. “Se per valutare i documenti di Suarez ci vuole così poco, perché non vale per tutti? La sua storia ci insegna che 15 giorni sono il tempo necessario per le verifiche e completare l’iter: metterci 4 anni è una scelta politica” afferma. Dopo l’entrata in vigore del decreto Salvini, infatti, per chi richiede la cittadinanza per naturalizzazione, i tempi di attesa sono passati da 2 a 4 anni. “La mia situazione spiega bene come la legge in vigore sia datata, è stata pensata per la situazione che c’era in quel momento in Italia, e cioè nel ‘92 – aggiunge -. Non si è pensato ai ragazzi che nascono, crescono e studiano qui. Oggi mio padre e tutti i miei zii sono cittadini italiani, io e mia sorella, che siamo cresciute qui, no. Non è possibile accettare che ci possano essere percorsi privilegiati solo per alcuni: noi siamo culturalmente italiani, ma non possiamo neanche votare e far parte delle scelte politiche di quello che oggi è il nostro paese. Le lungaggini burocratiche sono un ostacolo: ho presentato i miei documenti, non ho commesso reati penali in Italia né in Albania. Ho come requisito il matrimonio, ho un mutuo e due figlie qui. Quanto ci vuole a verificare che io sia un’italiana? Al di là della fatica, tutto questo ti fa sentire di non far parte della comunità”.

In questi giorni è stata lanciata la campagna “Il mio voto vale” per denunciare il fatto che anche alle prossime elezioni (amministrative e referendum) molti ragazzi di seconda generazione non potranno votare. “Io tecnicamente sono un’immigrata, anche se due terzi della mia vita l’ho passata qui – conclude -. E nella mia situazione ci sono tantissime altre persone. C’è un’Italia che è già qua. La comunità albanese e quella rumena fanno già parte del tessuto della società italiana. Aspettavamo una nuova legge ma ad oggi possiamo dire che non aver portare a termine la riforma 91/92 è stata l’ennesima occasione persa”.

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