PALESTINA: AGRICOLTURA BIOLOGICA PER SENTIRSI PIU’ LIBERI

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palestina agricoltura
REDAZIONE, 02 APR – E’ da Wadi Fukin (Betlemme) dove sussiste la maggiore resistenza alle politiche di espropriazione della terra israeliane e lo si fa rispettando la natura con un modello di sviluppo agricolo, sano, biologico.
Andare contro uno strapotere che mira a portare un intero popolo alla fame, per giunta protetto a livello internazionale, non è facile ma due ragazzi ci stanno provando. Mohammed Manassra e Ibrahim Masra sin da piccoli seguivano i nonni in campagna apprendendo via via il mestiere instancabile del contadino. Dopo gli studi in gestione aziendale, Manassra, soprattutto, comprende l’alto potenziare di un’agricoltura biologica e si rende conto che l’Occidente i prodotti ottenuti in maniera del tutto naturale sono apprezzati. Se noi pensiamo alla salvaguardia della nostra salute in Palestina diventa però il modo per attuare una resistenza non-violenta ed una necessità per difendere la terra dall’occupazione israeliana che avanza. Assume, infatti, valore e significati più complessi l’agricoltura biologica se la si pratica nel villaggio di Wadi Fukin, sito a 8 km a sud est di Betlemme i cui abitanti, circa 1.200 persone, si dedicano prettamente al settore agricolo ed in piccola parte all’allevamento. La zona è naturalmente fertile e si comprende quindi bene perché i palestinesi abbiamo fatto dell’agricoltura la primaria fonte di reddito. Ecco però che questo verde lembo di terra si va via via restringendo a causa dei continui insediamenti dei coloni israeliani. A sud la colonia di Beitar Illit che incombe sugli uliveti palestinesi abitata da 45.000 persone, a nord, lungo la Linea Verde, la città israeliana di Tzur Hadasa e per i restanti lati i cantieri per la costruzione Sugli altri lati, cantieri per la costruzione del muro e di uzona industriale. Nella sostanza il piccolo paese è praticamente isolato dal resto della West Bank.
La storia del paese di Wadi Fukin è emblematica di come vi sia sempre stata l’occpazione israeliana, anzi forgiata dalle grandi potenze a scapito delle popolazione autoctone….Non ci vuole un genio: se si chiamano Palestinesi è perché abitano la terra di Palestina….
Nel 1948, fondazione (o per meglio dire imposizione) dello stato di Israele, il villaggio fu distrutto ed i suoi abitanti costretti a trasferirsi nel campo profughi di Dheisheh. Dei 12.000 dunam di terreno (circa 1.200 ettari) di proprietà palestinese, 9.000 furono occupati dallo Stato israeliano per la costruzione di colonie.Durante l’esilio, i contadini continuarono clandestinamente a recarsi a Wadi Fukin, per innaffiare e curare le loro piante: rischiarono ogni giorno la vita solo per non far morire i loro alberi, 11 contadini furono uccisi in quel periodo.
Dal 1972 da Dheisheh i residenti di Wadi Fukin poterono ripopolarlo,ma si ritrovarono solo 3.000 dunam. Nel 2014, Israele ha ordinato la confisca di ulteriori 1.500 dunums, senza che il mondo occidentale proferisse parola. Nessuna indignazione. Menefreghismo totale.
Ma poi, attraverso la sua storia, emergono delle motivazioni più profonde. Nel villaggio, la pratica più utilizzata dai soldati israeliani per giustificare l’espropriazione di terre ai palestinesi e la loro cessione ai coloni è la distruzione dei campi, in modo da dimostrarne l’abbandono da parte dei legittimi proprietari e giustificarne dunque l’usurpazione da parte di Israele.

Sradicare alberi, bruciare piante, utilizzare diserbante nei terreni palestinesi in modo da renderli sterili sono tutte pratiche che i contadini di Wadi Fukin conoscono bene e con le quali devono quotidianamente combattere.
Ma i contadini palestinesi non si arresero: ripiantarono tutto. Allo stesso modo fece Mohammed. Per lui, fare agricoltura biologica non è solo questione di salutismo bensì un modo per non fornire pretesti di scarsa produttività affinchè Israele non venga in possesso di quei terreni.

Un modo alternativo per tutelarla, con la consapevolezza che il pericolo è sempre dietro l’angolo e che gli sforzi di cotanto lavoro possano essere vanificati da una confisca, da un incendio. E’ bene ricordare che nessun avvocato difenderebbe i contadini palestinesi, abbandonati dal mondo, ne tantomeno potrebbero contare sulla giustizia visto che giudici ed occupanti coincidono.

di Elena Manzinielena manzini

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