LA POLITICA DELLA RABBIA

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brexit
REDAZIONE, 02 LUG – Il trionfo, per così dire, della Brexit è una sorta di avvertimento per l’ordine internazionale liberale. I Brexiteers (fautori dell’uscita dalla Ue) hanno costruito la loro campagna sull’ottimismo, asserendo che fuori dall’Unione Europea la Gran Bretagna sarebbe stata libera di aprirsi al mondo. Nella realtà ciò che ha assicurato la vittoria è stata la rabbia: per l’immigrazione incontrollata e conseguente disorganizzazione, la globalizzazione, il liberismo sociale e anche il femminismo. Brexit rischia di diventare solo l’inizio di un disfacimento della globalizzazione.
Con la crisi e la conseguente fine dell’Unione Sovietica, veniva dichiarato il trionfo del liberismo (1989), ma al tempo stesso aveva creato un gruppo ristretto di politici tecnocratici ossessionati. In seguito si ebbe una pseudo prosperità ma tanti che non la raggiunsero iniziarono a sentirsi cittadini di serie B. La loro rabbia, nel frattempo aumentava e giustificatamente. I tecnocrati hanno commesso degli errori e la gente comune ha pagato il prezzo. più alto. Il passaggio a una moneta europea imperfetto, un tecnocratico schema per eccellenza, ha portato alla stagnazione ed alla disoccupazione che sta guidando l’Europa.
L’introduzione di strumenti finanziari elaborati ha portato i risparmiatori in un buco nero provocando una sorta di schianto dell’economia mondiale. E così i contribuenti si sono ritrovati a dover finanziare i salvataggi delle banche.
Anche quando la globalizzazione è stata positiva, i politici non hanno fatto abbastanza da aiutare i perdenti. Il commercio con la Cina ha sollevato centinaia di milioni di persone dalla povertà e ha portato guadagni enormi per i consumatori occidentali. Molti operai che hanno perso il posto di lavoro non sono riusciti a trovarne un altro decentemente pagato.
Invece di diffondere i benefici della globalizzazione, i politici si sono concentrati altrove. La sinistra passò ad argomenti di cultura-verde, i diritti umani e la politica sessuale.
Il diritto predicato della meritocratica auto-promozione, non è riuscito a dare a tutti la possibilità di parteciparvi. Le famiglie, le nazioni hanno sofferto alienazione e degrado. E le campagne mendaci rispecchiate dai media partigiani hanno amplificato il senso di tradimento.
Quando Donald Trump ha inneggiato al protezionismo durante la sua campagna elettorale, esortando gli americani a “riprendere il controllo”, ha ripetuto nell’altro quello che sostenevano i fautori della Brexit.
Mentre il PIL americano per persona è cresciuto del 14% nel 2001-15, i salari medi sono cresciuti solo del 2%. I liberali credono nei benefici di mettere in comune la sovranità per il bene comune. Come dimostra la Brexit, quando le persone sentono di non controllare più la loro vita ecco che danno battaglia. E la distante, sconcertante, prepotente UE diventa un bersaglio irresistibile.
Ora che la storia ha compiuto, per così dire, la sua vendetta, il liberalismo ha bisogno di ricostruirsi. Intanto trovare il linguaggio per far comprendere che il flusso di merci, idee, capitali e persone sono essenziale per la prosperità. Altrettanto importanti sono le politiche per garantire la diffusione della prosperità, il ripristinare la mobilità sociale e garantire che la crescita economica si traduca in aumento dei salari. Ciò significa un’attenzione costante sullo smantellamento privilegi, combattendo interessi particolari, esponendo le imprese alla concorrenza ed abbattere le pratiche restrittive. E in questo periodo, in cui assistiamo allo spostamento di intere popolazioni dal continente africano, in una Ue dove ogni Stato ha libertà di gestione, risulta decisamente anomalo. Ecco che, invece, sarebbe più opportuno applicare i principi della globalizzazione commerciale: quando vi sono ondate di merci che invadono i vari mercati agli Stati è concesso porre delle regole per farvi fronte. Credere che l’immigrazione sia solo qualcosa da tollerare è del tutto illiberale ed autolesionista.
I Paesi europei avrebbero dovuto prevedere che certe politiche economiche avrebbero portato a tutto ciò. Quindi sarebbe stato più ovvio e produttivo che i vari governi europei si organizzassero per quanto riguarda scuole, ospedali ed abitazioni. Analizzando l’economia britannica poi si scopre che i migranti, soprattutto provenienti dalla Ue, contribuiscono in maniera rilevante per l’erario. Senza di loro, le industrie, così come case di cura e l’edilizia sarebbero a corto di manodopera. Senza le loro idee e la loro energia, la Gran Bretagna sarebbe molto più povera. Nonostante questo il referendum anti Ue ha vinto….e se davvero fosse stato tutto un enorme sbaglio?

di Elena Manzinielena manzini

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