[Il Punto] 2 Aprile 2000: Muore l’ex boss dei “Due Mondi”

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di Elena Manzini

Tommaso_Buscetta

 

REDAZIONE, 02 APR – Stroncato da un male incurabile, mieloma multiplo, a 72 anni, il 2 aprile 2000 moriva Tommaso Buscetta, conosciuto anche come Don Masino.

Nato a Palermo il 13 luglio 1928, a sedici anni e mezzo prese moglie. Dal matrimonio nacquero due figli. Come tanti altri siciliani tentò la fortuna all’estero emigrando a Buenos Aires, dove aprì una vetreria. Ma gli affari non andarono bene e nel 1957 decise di ritornare a Palermo. Il suo ritorno nella terra natia segna anche l’inizio delle sue amicizie mafiose e delle sue alleanze con famiglie mafiose. Nell’agosto del 1959 iniziò la prima guerra di mafia e la scalata al potere dei Corleonesi. Decise di darsi alla latitanza ed ancora una volta emigrare all’estero, stavolta in Brasile. Si sposerà altre due volte. Nel 1972 fu arrestato a Rio de Janeiro con l’accusa di traffico internazionale di narcotici. Il tribunale brasiliano se ne lavò le mani e lo rispedì in Italia dove venne arrestato e rinchiuso nel carcere dell’ Ucciardone sino al 13 febbraio 1980, dove visse non da carcerato ma quasi da ospite se pensiamo che i pranzi gli venivano portati dai uno dei più noti ristoranti di Palermo. E, considerato il trattamento, viene più di un sospetto che forse avesse già in qualche modo iniziato a collaborare ai tempi. Vista poi la semilibertà che ottenne e della quale approfittò per scappare ancora una volta in Brasile e dove fu ancora arrestato tre anni dopo. Nel frattempo a Palermo furono uccisi il fratello Vincenzo, il cognato, tre nipoti ed i figli Benedetto ed Antonio. Nel 1984, mentre si trova nelle carceri di San Paolo, ricevette la visita del giudice istruttore Giovanni Falcone e del sostituto procuratore Giovanni Geraci, ai quali non farà alcuna rivelazione ma, in puro atteggiamento mafioso, disse la frase: “Speriamo di rivederci presto“, che, col senno di poi, porta a capire come forse una sua “conversione” fosse in fase di preparazione. Nel luglio sempre del 1984 fu estradato in Italia e tentò il suicidio ingerendo stricnina. Riuscirono a salvarlo. Al vice questore Gianni de Gennaro pronunciò le parole: “Avrei due cose da dire a lei e al dottor Falcone“. Di lì a qualche giorno si ritrovò di fronte a Giovanni Falcone al quale ammise: “Sono un mafioso“. In circa 45 giorni rivelò tutto ciò che stava dietro a Cosa Nostra Italiana e quella made in Usa.

Fu quindi il primo pentito a rivelare l’esistenza di una “Cupola mafiosa“, i meccanismi, i nomi dei capi della nuova mafia diventati ricchi e potenti grazie al traffico di droga, l’esistenza di un antistato ed i legami con la politica. Se all’inizio le sue confessioni sembrarono dettate dall’impeto a seguito degli omicidi dei famigliari più tardi lo saranno quasi a rendere una sorta di omaggio ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi perché stavano per alzare il velo alle commistioni Stato-Mafia.

Così Buscetta testimoniò sui referenti politici di Cosa Nostra. Da quel momento ebbero avvio i processi più importanti relativi a Mafia & Co.

Il  maxiprocesso.

Con  474 imputati, che si concluse  il 16 dicembre 1987 con 19 ergastoli e condanne per 2.665 anni di carcere in primo grado. In Appello gli ergastoli furono ridotti a 12 e le altre condanne a 1.576. Nel 1992 la Cassazione annullò in parte la sentenza ma confermò gli ergastoli per tutta la “cupola”.

Il processo Pecorelli.

Nel settembre 1996 Tommaso Buscetta, davanti alla corte d’Assise di Perugia, accusò Giulio Andreotti: dice di avere saputo da Gaetano Badalamenti che il giornalista venne eliminato per ordine dello stesso don Tano, Stefano Bontate e i cugini Ignazio e Nino Salvo nell’interesse del gruppo che faceva riferimento all’allora presidente del consiglio. Ai giudici Buscetta mostrò una fotografia che lo ritraeva con Badalamenti accanto ad un cervo appena ucciso durante una battuta di caccia nel Mato Grosso, in Brasile. “Fu allora che Badalamenti mi disse: quell’omicidio lu facimmu nuantru, io e Stefanu“.

Il processo Andreotti

Buscetta depose nell’aula bunker di Padova il 9 e il 10 gennaio 1996. Ricostruì il suo silenzio iniziale e i netti rifiuti alle sollecitazioni di Falcone (“io finirò in manicomio, lei sarà ucciso”) ma ammette che aveva fatto il nome di Andreotti al procuratore americano Dick Martin. Buscetta raccontò che decise di fare il grande passo solo dopo le stragi del 1992. “Chiamai Martin e gli dissi: è arrivato il momento di parlare di mafia e politica”. In aula parlò di inquinamenti mafiosi al Comune di Palermo e di collegamenti di Salvo Lima con la mafia. Riferì che i cugini Salvo gli parlarono di Andreotti chiamandolo “lo zio”. Fece cenno di una confidenza del boss Gaetano Badalamenti che gli riferì di avere incontrato il senatore per chiedergli di “aggiustare un processo” del cognato Filippo Rimi.

 

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