I proclami di Campo-fermo

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Tante volte la Luna rifletté i raggi del Sole su Campo-fermo, e tante volte Campo-fermo rimase immobile, o quasi.

Alcuni mesi prima del Solstizio d’Estate, quando il Sole dona all’emisfero Boreale tanta luce, si iniziarono a udire per le vie della comunità alcuni suoni indistinti.
Rischiarandosi, sembrava di ascoltare il passato che ritornava a vivere nel presente; parole di un tempo addietro nei minuti appena trascorsi. Molti avvertivano un senso di straniamento, si sentivano come rapiti dal presente e proiettati in un passato lontano, sede di quelle voci giunte dal nulla.
Molte parole sempre più chiare ascoltavano i cittadini, e molti di questi iniziavano a ricordare. Anche se le parole udite non riuscirono a far nascere particolari quesiti o probabili dubbi, comunque infondevano un senso di appagamento che cresceva giorno dopo giorno.
La vigorosa aria fresca, giunta sino in basso, riuscì a sostituire una parte del calore persistente di Campo-fermo, creando nuove aspettative.
Per le vie della comunità, le nuove parole avevano reso un’aura di serenità.
Campo-fermo sembrava rinascere dopo mesi di oblio e di silenzio. Tra le vie strette e tortuose della comunità, si incanalavano le nuove brezze sospinte da un nuovo forte vento che si insinuava in ogni luogo come forza generatrice per le ore e i giorni che seguirono.
Echeggiavano vorticosamente molte promesse. Erano state udite dopo lunghi anni invernali parole di speranza intrise di certezze per un futuro che avrebbe generato luce e calore eterno alla comunità. La società sarebbe stata sospinta lungo il cammino dei colori dell’arcobaleno, e un luogo ameno e lussureggiante avrebbe sostituito il grigiore del passato. Tutto sarebbe stato luce.
Per le vie cittadine molti abitanti volteggiavano tra le rincuoranti parole e le nuove prospettive, dalle quali si originavano momenti di gaiezza: erano cibi afrodisiaci per la mente degli astanti che ascoltavano i proclami di Campo-fermo. 

Alcuni, invece, sentivano incessantemente suoni lunghi e gravi, e non volteggiavano e non percepivano alcun senso di appagamento. Erano in silenzio, e gli unici suoni che avevano udito erano stati suoni interiori e molto profondi. Avevano sperato che i tanti cittadini fluttuanti nel mare delle certezze avessero già chiesto, oltre ai cibi afrodisiaci e ai momenti di spensieratezza, nuovi pensieri in cui fosse indissolubile la forma e la sostanza. Invece, vi fu molto forma e una lieve sostanza, la quale era sfuggente alle orecchie più attente, ma attraente per i distratti.
Infatti, coloro che irradiarono promesse nei proclami non sentirono la necessità di specchiarsi e interrogarsi profondamente sui pensieri espressi, e se questi sarebbero stati, realmente, edificatori di futuro. Molte cose udite sembravano proiettare il futuro, ma erano pensieri fissati nella diapositiva madre di Campo-fermo e quindi pensieri scaturiti dal passato.

Erano rimasti tutti intrappolati. Molti nelle consuetudini, cibandosi di parole e di pensieri e fatti ripetitivi, altri dentro un vortice di speranza interiore.

Per tanti giorni i proclami furono gridati a gran voce.

Per tanti giorni molti gioirono dei proclami.

Per tanti giorni alcuni cercarono di farsi udire e ascoltare da chi gioiva e da chi proclamava, chiedendo una nuova vita per Campo-fermo.

Una ristretta cerchia di persone ascoltò i proclami e parlò agli astanti, sia ai tanti ammaliati dai proclami, sia ai pochi che speravano di andare oltre la società nella quale avevano sempre vissuto. Solo alcuni riuscirono ad ascoltarli e rispondere, perché la maggior parte erano accecati dalla forte luce della consuetudine che non permetteva loro di vedere e capire.
Parlavano una lingua nuova: essi erano coloro che ancora dovevano crescere e che iniziavano a cogliere le grigie sfumature di un luogo che per troppo tempo era rimasto fermo su stesso. 

Forse si mosse.   

di Giovanni Stallone

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