Ad ognuno il suo campo di internamento

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REDAZIONE, 17 FEB – Tutti sappiamo dell’esistenza e, se ne è parlato molto anche in occasione della Giornata della Memoria, dei campi di concentramento nazisti, dove trovarono la morte milioni di persone sotto la dittatura di Adolf Hitler. Ma non si alzano raramente i riflettori sui campi di internamento che esistevano negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. 120.000 persone circa alle quali fu totalmente cambiata la vita (ridistribuiti nei vari campi costruiti in Arkansas, Arizona, California, Colorado, Idaho, Utah e Wyoming e Manzanar), costretti ad abbandonare le loro case, le terre e partire con quel poco che potevano portarsi appresso. Circa i due terzi dei cittadini internati a Manzanar (campo più noto) ad esempio, erano cittadini americani per nascita.
Nei campi erano richiusi i cittadini di origine giapponese. Nel 1941, dopo l’attacco a Pearl Harbour, negli Usa si diffuse un forte senso di razzismo nei confronti dei nipponici e dei nippo-americani che furono forzatamente internati in base all’ordine esecutivo di Franklin Delano Roosevelt, numero 9066, del 1942. Uno di quei campi era il Manzanar Relocation Center, nella Sierra Nevada a nord-est di Los Angeles. Prima del 1942 il campo ospitava i “nativi americani” che vivevano in villaggi vicino alle calette della zona. Inizialmente fu definito un “centro di raccolta” del Wartime Civil Control Administration (WCCA). Copriva un’area di 500 acri circondato da filo spinato e otto torri di guardia con proiettori e sorvegliato dalla polizia militare. 504 caserme organizzate in 36 blocchi composti da 14 baracche a loro volta divise in 4 camere. Non esisteva alcuna forma di privacy: uomini e donne condividevano servizi igienici, le docce, una lavanderia e una sala mensa. Ogni stanza in cui erano costrette a vivere 8 persone era dotata di una stufa a petrolio, una sola lampadina appesa, qualche culla, coperte e materassi riempiti di paglia.
Benché privati della libertà gli internati cercarono di sopravvivere il meglio possibile. Elessero un consiglio per ogni blocco, organizzarono programmi ricreativi e di carattere religioso, costruirono laghetti e giardini e fondarono un giornale, il Manzanar Free Press. La maggior parte di essi lavorava nel campo. Scavarono canali di irrigazione e fossati, coltivavano frutta e verdura, allevato polli, maiali e bovini. Confezionarono vestiti, costruirono mobili per se stessi, la rete mimetica e gomma sperimentale per i militari. Ognuno aveva un suo ruolo ben specifico in quella particolare società: chi lavorava in mensa, chi era medico, infermiere, agente di polizia, vigile del fuoco,insegnante. Manzanar fu attivo per quattro anni, durante i quali alcuni fotografi furono chiamati a documentare la vita degli internati, ovviamente i servizi fotografici passarono poi per la censura a stelle e strisce. Alla fine sella Seconda Guerra Mondiale, che si concluse con la resa del Giappone il 14 agosto 1945, il Manzanar e gli altri campi di internamento furono chiusi, ma molti benché riavuta la libertà non sapevano dove andare. Gli ultimi furono rilasciati nel novembre 1945. Tutto ciò ebbe un forte impatto economico devastante quanto e come lo ebbero le implicazioni sociali e culturali.
Sarà solo dopo anni, nel 1988 quando alla presidenza vi era Ronald Reagan, che agli ex internati fu riconosciuto un risarcimento pari a 20 mila dollari ciascuno. Le scuse formali da parte del governo americano, invece, arrivarono nel 1993 col presidente George Bush.

di Elena Manzini elena manzini[useful_banner_manager banners=11 count=1]
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