[Il Punto] “Restiamo umani” …..

di Elena Manzini

restiamo umani.

REDAZIONE, 14 APR – Questo era il motto di Vittorio Arrrigoni, attivista italiano, giornalista, scrittore e sostenitore della “binational solution” per venire a capo del conflitto israelo-palestinese. I più si ricorderanno di Vittorio Arrigoni per la sua partecipazione alle “Freedom Flotilla” in difesa dei pescatori palestinesi, puntualmente minacciate ed attaccate dall’esercito israeliano. Ben pochi però conoscono la vera opera di questo ragazzo brianzolo, di buona famiglia, che avrebbe potuto fare il “bamboccione” lavorando nell’azienda di famiglia e che invece ben presto iniziò a dedicarsi agli altri in maniera concreta, senza troppi paroloni ma fatti. A 20 anni presta la sua opera nei paesi dell’Est per un’organizzazione non governativa, a cui farà seguito l’esperienza in Perù per la ristrutturazione di ospedali, aiuto a disabili e clochard, profughi di guerra. Si spingerà poi in alcuni paesi africani (Tanzania, Tgo, Ghana) espletando la sua opera contro il disboscamento scellerato delle foreste. Nel 2002, a Gerusalemme Est, iniziò la sua collaborazione con la Ong IPYL (International Palestinian Youth League – Lega Internazionale della Gioventù Palestinese) con lo scopo di dare ai giovani palestinesi la possibilità di avere un’educazione, di creare opportunità di sviluppo per l’economia e quindi per il loro futuro. Nel 2003 entra a far parte dell’Ong International Solidarity Movement, si interessa sempre più alla causa palestinese, iniziando i suoi reportage che lo vedranno schierarsi sia contro i soprusi di Israele nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza sia contro la politica autoritaria di Hamas nella Striscia, che di Al-Fath in Cisgiordania. Inizia quindi ad essere un personaggio “non gradito” ad Israele, in quanto la sua presenza a Gaza (e quindi le informazioni che riesce a mandare in giro per il mondo) rappresentano una sorta di minaccia per la testimonianza che potrebbe rendere per crimini di guerra alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Dalla Striscia di Gaza al Congo, al Libano e di nuovo a Gaza. Grazie al sapiente uso dei nuovi mezzi di comunicazione Vittorio Arrigoni, tramite Youtube, alcuni blog diventerà un cronista di fama internazionale soprattutto durante l’Operazione Piombo Fuso (massacro-genocidio che causò 1500 morti, molti dei quali bambini, e di circa 5000 feriti, e una vasta distruzione a seguito degli attacchi israeliani si disse con lo scopo di neutralizzare Hamas). Il suo desiderio di democrazia, lo spingerà ad assumere una posizione favorevole riguardo le rivoluzioni nei Paesi Arabi del 2011. Ma…..aveva visto, saputo troppe cose e stava dando troppo fastidio. La sera del 14 aprile 2011 fu rapito da alcuni militanti di un sedicente gruppo Jihadista salafita. In un video, il suo rapimento verrà spiegato così: ” l’Italia è uno “stato infedele” e l’attivista italiano è entrato a Gaza “per diffondere la corruzione”. A ciò farà seguito l’ultimatum: la morte di Arrigoni se non verrà scarcerato lo sceicco Abu al Walid al Maqdisi ed alcuni attivisti jihadisti. Neanche il tempo di diffondere la minaccia, che il corpo di Vittorio Arrigoni, verrà rinvenuto il 15 aprile 2011 dalle Brigate Ezzedin al-Qassam nel corso di un blitz in un’abitazione di Gaza, e si stabilirà che l’uccisione avvenne per strangolamento.
Le indagini ed il processo che ne seguirono ebbero quel non so che di “farsa”: il 19 aprile 2011 nel campo profughi di Nuseirat vengono individuati i sospetti terroristi. Due uccisi negli scontri a fuoco con le forze di sicurezza di Hamas, un terzo viene fermato. A seguito di ciò l’organizzazione salafita dichiarerà che la responsabilità della morte di Arrigoni è da attribuirsi ad un gruppo illegale impazzito. Il processo, che si terrà a Gaza, l’8 settembre 2011, a carico di Abu Ghoul, Khader Jram, Mohammed Salfi e Hasanah Tarek terminerà con due condanne all’ergastolo per omicidio e altre due a 10 anni ed 1 anno di carcere rispettivamente per rapimento e favoreggiamento.
Una sentenza giunta davvero in poco tempo, come se ci si volesse in fretta lavare le mani, togliersi il peso e far sì che tutto finisca nel dimenticatoio. Quel che invece, benché possa apparire assurdo (ma sappiamo che nella politica tutto può accadere) è che vi sia stato una sorta di accordo segreto fra quella parte israeliana che si sentiva troppo minacciata dai reportage di Arrigoni e quelle fazioni jihadiste che vedevano nell’attivista italiano un ostacolo alla loro opera di indottrinamento, di violenta persuasione nei riguardi di una popolazione allo stremo come quella della Striscia di Gaza.

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