[STORIE DI MARE] Quando affondò il “Capua” davanti Scopello

LUCIA COSTA: «SENTIVAMO DEI BOTTI, ERA TEMPO DI GUERRA»

lucia costa

[08 Aprile 2014] La bandiera italiana fu l’ultimo pezzo di nave che vide scomparire tra i flutti del mare: ≪Era mezzogiorno, lo ricordo come se fosse ora. Stavamo a guardare da qui quello che rimaneva a vista del “Capua”, una punta di nave emergeva dal mare, il resto era finito sotto. In quel momento scomparve anche la cabina e la bandiera tricolore≫. Era il 27 aprile del 1943,nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale, quando Lucia Costa (nella foto), fu testimone dell’affondamento del “Capua”,una nave da carico assegnata per il trasporto munizioni durante l’ultimo conflitto (423 tsl, costruita nel 1907 dai cantieri ≪Wood Skinner & Co.≫ di Newcastle, in Inghilterra, acquistata dall’Italia nel dicembre del 1942 e data in gestione alla società di navigazione ≪Tirrenia ≫). Navigava da Trapani verso Palermo, quando davanti Scopello l’incendio divampo a bordo e il destino di quella nave si fermo tutto d’un tratto. ≪Sentivamo dei botti come se fossero colpi di mitra – racconta Lucia – era tempo di guerra, c’affacciamo dalla finestra e amare vedemmo le fiamme e quella nave che bruciava≫.

Da testimone di quell’affondamento la signora Lucia divenne la prima ad accogliere i naufraghi del “Capua”.Successe alle prime luci dell’alba: ≪Erano cinque, forse sei, i soldati che riuscirono a sbarcare con una scialuppa sulla costa e risalirono verso il borgo di Scopello – dice – il giovane capitano piangeva per aver perso tutto e con loro aveva una cagnetta, si chiamava “Capua”, come la nave. Era viva e la regalarono qui alle donne del borgo, come segno di riconoscimento per l’accoglienza. Prima che fu sera vennero altri soldati a recuperarli. Da allora non abbiamo saputo più nulla≫.Da casa sua la signora Lucia s’affaccia e guarda i faraglioni di Scopello, l’ex tonnara: ≪Guai se io ogni mattina non vedessi il mare, starei malissimo≫. La brezza marina arriva sin quassù, nel borgo che Lucia Costa dagli anni ‘60 ha lasciato soltanto due volte per i pellegrinaggi a San Giovanni Rotondo ed Assisi. Per il resto ha vissuto qui, dove ha visto nascere le case, le strade e trasformare l’antico borgo in attrazione turistica mondiale. Fu lei con suo marito ad aprire nel ‘63 la prima rivendita di tabacchi col primo telefono pubblico. Vent’anni dopo il Secondo conflitto mondiale che lascio indenne il borgo, ritratto, nelle poche foto in bianco e nero che rimangono, con un pugno d’abitanti. In una di queste immagini, conservate nell’hotel di proprietà della famiglia Costa-Lentini c’e anche una giovane Lucia. ≪Il mare ci ha regalato grandi emozioni ma anche tanti dolori – dice – giù lungo gli scogli ho visto arrivare corpi morti di tedeschi a galla, noi raccoglievamo i fiori per loro. Ma l’estate era anche il tempo della pesca. Insieme a lu zu Ninu Accetta andavamo a cercare rizzi, l’ogghiu a mari e poi i bagni a Cala Muschi, allo scoglio di Passero, a la Marinedda di lu zu Felici, alla Cala di l’ovu, a lu mazzu di Sciacca,ala Alera≫.
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I ricordi affiorano a Lucia Costa, nel mare della memoria. E torna al ‘54, primi di novembre: ≪Allattavo mio figlio, la porta che da a Levante era aperta, vedevo i faraglioni, il mare verso Punta Raisi. Soffiava un forte Gregale e tra le onde riconobbi il motopeschereccio “San Salvatore” sotto costa. Un’immagine di vita quotidiana da quassu dove vedavamo ciò che passava da questo tratto di mare, anche se mosso. Alla porta di Baida fu un marinaio che ci venne incontro a chiederci se avevamo visto una barca di sarde dispersa. Scoprimmo dopo che quel mare aveva inghiottito il “San Salvatore” e tutto il suo equipaggio e quella barca di sarde era pure affondata ma i pescatori s’erano salvati sbarcando a la Vispisa≫. S’emoziona tra i ricordi Lucia Costa ma respira volgendo lo sguardo al mare. E nel borgo conosce tutti. Dentro il baglio i turisti si fanno fotografare sotto il maestoso albero di eucalyptos: ≪Lo sa, quello e una mia creatura – dice – nel marzo del ‘64 ne piantai quattro, uno non sopravvisse, altri due furono tagliati dalle mani incoscienti dell’uomo. Questo riuscii, invece, a salvarlo. Eccolo qui,magnifico ed imponente. In questa Scopello che sento mia, come il mare quaggiù≫.

Max Firreri
(Tratto dal reportage “Storie di mare” per il Giornale di Sicilia, 30 luglio 2011)

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