“Vi racconto i miei 22 anni in carcere da innocente”. Chiesto un risarcimento record di 69 mln

gulottaI legali hanno chiesto per Giuseppe Gulotta (nella foto), 54 anni, ex muratore di Certaldo, in provincia di Firenze, il risarcimento più alto nella storia degli errori giudiziari italiani: 69 milioni di euro. Troppo? Poco? Chissà. Gulotta è stato dietro le sbarre per 22 anni ed era innocente. Ventidue anni sono più di 192.720 ore di un tempo che in carcere non passa mai, sono un lavoro alle ortiche, progetti bruciati, potenzialità inespresse, amori ed affetti distrutti. Sono ricordi e incubi che non meriti, attimi di disperazione che portano un ragazzo allora diciottenne a pensare al suicidio, a inventare ragioni per non arrendersi, per continuare a sperare, per vivere nonostante tutto. E se dopo 36 anni tra galera e attese giudiziarie riconoscono la tua innocenza, in quale modo possono risarcirti della vita che ti hanno tolto, dei momenti che ti hanno negato, degli errori cui avevi diritto, delle esperienze mancate, dei sogni che hanno violato? Basterà mai tutto il denaro del mondo a renderti quanto ti hanno levato? Forse no, ma è giusto avere almeno un risarcimento economico proporzionato al male che ti hanno inflitto.Un risarcimento di 69 milioni di euro allora, spiega l’avvocato di Gulotta, Pardo Cellini, non può essere considerato abnorme: “Si tratta della vita di una persona mandata in carcere per 22 anni e con 36 anni complessivi di tribolazioni sulle spalle, per un processo al quale era completamente estraneo, e il risarcimento non può che essere importante. Come indica la Cassazione, si deve tener conto del tempo della detenzione, dei danni biologici, morali ed esistenziali subiti. Poi c’è il danno patrimoniale. Quest’uomo ha subito torture ed è stato mandato all’ergastolo innocente. Per cui c’è la volontà di trattare con lo Stato ma non addivenendo a un accordo sul quantum presenteremo ricorso alla Corte d’appello di Reggio Calabria, lo stesso giudice, in senso d’Ufficio, che ha pronunciato la sentenza di assoluzione del 13 febbraio 2012”, preannuncia Cellini.La cifra comunque “fa paura” come ci dice la moglie di Giuseppe, la signora Michelina, affabile e disponibile nonostante la tosse e l’influenza, perché “noi siamo persone umili e non siamo abituati a certe cose”. Anche se “la felicità vera l’abbiamo provata quando mio marito è stato assolto. Del resto non ci sono soldi sufficienti a compensare una vita rovinata. Certo, questi potrebbero darci la sicurezza per la vecchiaia ma ciò che conta davvero è che lui sia qui, con me e i nostri figli, e che il nostro William, 25 anni a maggio, ci stia per rendere nonni”.Il calvario di Giuseppe Gulotta, muratore diciottenne che sognava di fare la guardia di finanza, comincia il 12 febbraio del 1976, quando due carabinieri lo prelevano da casa e lo conducono in caserma. Per accertamenti gli dicono, ma è l’inizio di un incubo, un momento scolpito in modo indelebile nella mente dell’uomo. La notte un gruppo di carabinieri in divisa entra nella cella e lo massacra di botte . “Mi picchiarono per tutta la notte – racconta al telefono Giuseppe – avevo la bocca piena di sangue ed ero terrorizzato.carabinieriimages Volevano confessassi l’omicidio di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta (nella foto), i due carabinieri uccisi misteriosamente nel sonno nella casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, nel gennaio 1976. Mi davano calci, schiaffi, pugni e mi strizzavano i genitali, imponendomi di ammettere la mia responsabilità perché tanto qualcuno aveva fatto il mio nome e ormai ero incastrato. Rispondevo che non ne sapevo nulla, ma non mi credevano e ricominciavano a torturarmi. Mi puntarono una pistola. Sono svenuto, rinvenuto, poi ho ceduto, li ho pregati di smetterla. Volevo finire di soffrire, temevo di morire: avrei detto quello che volevano”.Così tirarono fuori un verbale e lui firmò. “Davanti ai magistrati – continua Gulotta inseguendo ricordi dolorosi – ritrattai sperando di essere creduto, invece fui sbattuto in cella e il medico del carcere mi dichiarò guaribile in qualche settimana, senza soffermarsi sulle ragioni delle ecchimosi sul mio viso e sul corpo”. Giuseppe non si capacitava, sognava di vedere prima o poi giungere un agente con un foglio in mano, a dirgli dell’equivoco e dichiararlo libero. Invece il tempo passava e il carcere fagocitava la sua vita, la speranza di svegliarsi dall’incubo diveniva flebile. Il tribunale sancì che doveva scontare l’ergastolo. Tra un grado di giudizio e l’altro, la sentenza definitiva nel ‘90, passarono lunghi anni. Fino al giorno del 2008 in cui Renato Olino, ex componente del nucleo antiterrorismo di Napoli, travolto dai rimorsi di coscienza, parlò delle torture inferte e della confessione estorta, restituendogli di fatto la libertà.Una libertà formalizzata solo nel 2012. Eppure Giuseppe avrebbe potuto agire diversamente. “Dalla condanna definitiva del ’90 al rientro in carcere – racconta ancora l’ex muratore – trascorsero più di tre mesi, avrei potuto tentare la fuga, tanto non avevo nulla da perdere, e ci pensai com’è naturale, ma non lo feci. Speravo nel più profondo del cuore che la giustizia prima o poi, in qualche modo, trionfasse. Contavo, come poi è stato, nel sostegno di mia moglie e dei miei figli. Due dei ragazzi accusati insieme a me (Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo ndr) scapparono invece in Sudamerica e si rifecero una vita; ora anche loro sono stati assolti e, forse, hanno fatto bene a fare quella scelta, non so”.La cosa peggiore per Giuseppe Gulotta è però il non sapersi dar ragione di quanto è successo. “Io e gli altri ragazzi siamo finiti in un meccanismo mostruoso – sussurra nella cornetta – ed ho sentito parlare di ruoli svolti nella vicenda da mafia, Gladio e servizi segreti. Allora non sapevo nulla di queste cose, oggi però vorrei capire. Sapere perché le dichiarazioni dell’ex brigadiere Olino abbiano avuto conseguenze solo dopo tanti anni (nel 2008 ndr) e perché quando, come lui ha detto, parlò già nel ’77 delle torture usate dai suoi colleghi per estorcermi dichiarazioni non vere nessuno se ne curò. Dichiarò di averlo detto agli ex superiori, ma di essere stato invitato a lasciar perdere”. E per questo decise di abbandonare la divisa. L’ex carabiniere non tollera l’immagine ricorrente di quel “pulcino bagnato e impaurito” in una caserma di tanti anni prima, e nel 2008, appreso che è ancora in carcere, racconta tutto ai magistrati di Reggio Calabria. E’ la testimonianza decisiva per avviare il processo di revisione e togliere le catene a Gulotta, che ora spera si faccia completa chiarezza sugli accadimenti di Alcamo e sul controverso suicidio per impiccagione di Giuseppe Vesco in carcere (l’uomo era privo di una mano ndr), che lo trascinò nell’incubo con le sue dichiarazioni e poi ritrattò le accuse.Forse un po’ di verità in più nelle nebbie torbide che avvolgono l’ennesima strana storia italiana gli darebbe un po’ di sollievo. Allevierebbe il ricordo delle volte in cui, “al calar della sera, nel silenzio della cella, le lacrime sgorgavano copiose” spinte dalla disperazione. Un pianto e un tormento che niente potrà ripagare, nemmeno tanti euro come quelli in gioco col risarcimento, anche se “serviranno a vivere meglio di ora e a superare i problemi economici. Perché questi non mancano, anche se per fortuna c’è la salute”, spiega Giuseppe, che attualmente lavora per una ditta di Poggibonsi e sta scrivendo un libro sulla sua vicenda che Chiarelettere darà alle stampe tra qualche mese. Si tratta però anche di una questione di giustizia, di rimediare per quanto possibile a un errore orribile, di ricostruire ciò che resta della vita di un ragazzo, figlio di umili ma onesti contadini, che aveva il sogno di fare il finanziere. “Un ragazzo acerbo, senza grilli per la testa, tanto meno di carattere politico o eversivo”, bisbiglia quasi Giuseppe, buttato in galera a 18 anni per un delitto tremendo che non aveva commesso.
 caserma alcamo

di Ignazio Dessì

 

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