Immigrati sfruttati nei campi dai “caporali”: minacce, violenze e turni massacranti

Tre euro l’ora, a fronte di turni di 11 ore. Operazione del nucleo Tutela del lavoro dei carabinieri di Venezia nel territorio di Cavarzere e nelle province di Padova e Rovigo

VENEZIA – Nella giornata di ieri 11 febbraio 2020, il Nucleo CC Ispettorato del Lavoro di Venezia, supportato dal Nucleo Operativo del Gruppo CC Tutela Lavoro di Venezia e dalle  Compagnie di Rovigo e Abano Terme, ha dato esecuzione a quattro misure cautelari dell’obbligo di dimora con prescrizioni, nei confronti di altrettanti soggetti di nazionalità marocchina ritenuti responsabili dei reati di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, commessi nei confronti di n. 13 concittadini. Il provvedimento, emesso dal GIP del Tribunale di Padova, su richiesta della locale Procura, trae origine da un’attività investigativa avviata e condotta, tra i mesi di marzo 2018 e maggio 2019, dal Nucleo CC Ispettorato del Lavoro di Venezia, a seguito di due denunce presentate presso il predetto Nucleo e una conseguente attività ispettiva eseguita nei confronti di un’azienda esercente nel settore agricolo, avente sede legale in provincia di Rovigo, dalla quale emergevano le prime evidenze dell’impiego di lavoratori in condizioni di sfruttamento. 

Le indagini, svolte dal Nucleo CC Ispettorato del Lavoro di Venezia (convenzionalmente denominata “Miraggio”) a seguito di una prima attività ispettiva effettuata unitamente Stazione Carabinieri di Cavarzere (VE), coordinate dal dott. Marco Brusegan, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Padova, hanno permesso di individuare un’articolata organizzazione che operava nelle province di Venezia, Padova e Rovigo attraverso un’impresa agricola che reclutava la manodopera per lavorare presso aziende del territorio: lo sfruttamento di lavoratori extracomunitari privi di permesso di soggiorno costituiva il “core business” della società. Gli accertamenti permettevano, quindi, di acquisire elementi utili a supportare le ipotesi di reato rispetto alle condotte poste in essere dai cinque soggetti marocchini, uno in qualità di titolare dell’azienda che impiegava i lavoratori, uno a cui era affidato il compito di provvedere al pagamento dei lavoratori, e tre che svolgevano le funzioni proprie del “caporale” trasportando e sorvegliando i lavoratori sfruttati sui luoghi in cui gli stessi venivano impiegati nella raccolta di uva e potatura dei vigneti. Le indagini, svolte attraverso complessi servizi di osservazione controllo e pedinamento, oltre che controlli ispettivi e acquisizione di informazioni testimoniali rese da numerosi lavoratori, hanno consentito di disarticolare l’associazione per delinquere che, approfittando dello stato di bisogno e della situazione di vulnerabilità dei lavoratori, (di cui n. 2 indotti dalla condizione di immigrati privi di permesso di soggiorno e in attesa di ottenerne il rilascio o il rinnovo), agiva con l’inganno di instaurare con loro un regolare rapporto di lavoro dipendente, riducendoli e mantenendoli in stato di soggezione lavorativa-continuativa, tanto da obbligarli a svolgere i lavori agricoli con orario di 10 ore quotidiane a fronte di un compenso di € 3,00 l’ora; il tutto senza il riconoscimento del riposo settimanale e delle ferie, senza mai, di fatto, sottoscrivere contratti di lavoro subordinato e con la costrizione ad operare in assenza delle minime precauzioni di sicurezza, salute ed igiene, con particolare riferimento alla mancanza di dispositivi di protezione individuale. A seguito dei primi accertamenti investigativi, al titolare della ditta, su richiesta del personale del Nucleo di Venezia, in data 13.02.2019, veniva applicata ordinanza di misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare attività di impresa agricola, emessa dal Tribunale di Padova, provvedimento al quale lo stesso non ha mai ottemperato nel periodo in cui sono state svolte le indagini.

Le investigazioni hanno dimostrato l’esistenza di un vero e proprio gruppo criminale (composto da soggetti di origine marocchina), che manteneva cittadini extracomunitari (di nazionalità marocchina) in stato di soggezione continuativa, costringendoli a prestazioni lavorative sfiancanti, (alcuni di loro “in nero”), senza alcuna forma previdenziale ed assistenziale, versando loro compensi nettamente inferiori a quelli previsti dai contratti collettivi nazionali e, in alcuni casi, ricorrendo alla violenza fisica e verbale, oltre che alla minaccia di fargli perdere il lavoro.

La pericolosità dell’associazione per delinquere è emersa in maniera lampante dalla imperturbabile frequenza con cui è stata svolta l’attività criminale, nonostante i controlli ispettivi dei Carabinieri nelle varie aziende agricole. Quanto ai ruoli rivestiti dai singoli, si è accertata l’esistenza di una vera e propria gerarchia: al titolare della ditta e a suo cognato competeva la posizione di rilievo in qualità di vertici, organizzatori e promotori, con poteri decisionali in ordine all’acquisizione delle richieste di manodopera e di iniziativa nel reclutamento e alla gestione degli aspetti burocratici, mentre tutti gli altri membri avevano il ruolo di “capi squadra” dei braccianti, con il compito di controllare il lavoro svolto dai loro connazionali nei campi. 

Non è stata data esecuzione ad un quinto provvedimento del divieto di dimora nelle province di Padova è Rovigo, emesso contestualmente alle altre misure cautelari dall’A.G. padovana nei confronti di altro cittadino marocchino poiché lo stesso, già cancellato dalla lista residenti del proprio comune, ha verosimilmente fatto rientro nel proprio paese di origine.

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