Campobello, l’insospettabile Hamdi che preparava la “guerra santa”

imam campobellese

CAMPOBELLO DI MAZARA, 17 GEN –  L’ultimo condannato per terrorismo internazionale era uno studente modello dell’istituto professionale per l’industria e l’artigianato di Mazara del Vallo. Hamdi Chamari — venticinquenne tunisino d’Italia nato a Castelvetrano — aveva tentato anche i test per la facoltà di Medicina, a Parma, dove vive un suo zio. Ma sono arrivati prima i carabinieri del Ros con le loro indagini su una cellula islamica fra Trapani, Bari e Milano. Al telefono, Hamdi inneggiava alla guerra santa dopo essere stato alla moschea di Campobello. E così dal maggio 2013 è in carcere, nel settembre scorso è stato condannato dal tribunale di Bari a 3 anni e 4 mesi, assieme a quattro complici.
«Ma questa non è la casa di un terrorista», sussurra Rami, uno dei tre fratelli di Hamdi, studente del quarto anno dell’istituto per Geometri. La famiglia Chamari abita qui da trent’anni, al piano terra di una palazzina a pochi passi dal centro di Campobello. Papà Kalifa lavora per un’azienda agricola, mamma Moufida è casalinga. In questi giorni si trovano in Tunisia, per la raccolta delle olive. «Anche io raccolgo le olive durante le vacanze — spiega Rami — perché mio padre, da solo, non riesce a sostenere tutte le spese dell’avvocato e del processo. E lui vuole che suo figlio esca senza una macchia da tutta questa storia».
Ma il processo di primo grado si è concluso nel peggiore dei modi per Hamdi. «Chiedetelo in giro per Campobello chi è mio fratello », insiste Rami: «Non avrebbe mai fatto male a nessuno, al telefono ripeteva parole, solo parole che non hanno trovato alcuna attuazione. Hamdi ha così tanto rispetto per la vita umana che un giorno non ha neanche voluto festeggiare la festa del ringraziamento, che prevede il tradizionale sacrificio di un agnellino».
Eppure, le intercettazioni dei carabinieri raccontano un altro Hamdi. Mentre era per le strade di Campobello telefonava a uno dei suoi soliti amici e gli diceva del desiderio di aggredire un sacerdote cattolico. Un’altra volta, insultava gli ebrei: «Dio voleva che la loro fine arrivasse per le mani dei musulmani».
Ma come nasce un jihadista nel cuore della Sicilia? «Hamdi è un ragazzo riservato, ma non chiuso — dice il fratello — si faceva volere bene a scuola e in città. Poi, forse, qualche cattiva amicizia…». Rami non vuole aggiungere di più. Dice di non sapere. Le indagini del Ros raccontano di un tunisino clandestino, ufficialmente lavoratore stagionale, che andava in giro per la Sicilia con il suo camion a fare proseliti. Hamdi ha cominciato a seguirlo. Intanto, faceva la sua vita normale di tutti i giorni. Le lezioni all’Ipsia di Mazara, le passeggiate con gli amici nel centro di Campobello. Nessuno si è accorto di niente. Nessuno ha mai sospettato che dietro quegli incontri alla moschea potessero nascondersi i progetti di uno jihadista. Era stato proprio Hamdi, con alcuni amici, a sistemare un improvvisato luogo di preghiera nel cuore della provincia di Trapani: un vecchio magazzino era stato addobbato con tappeti e simboli dell’Islam. Ma in quella sede non c’era comunque un imam, il gruppo di giovani si riuniva però con grande costanza, per leggere e commentare il Corano.
Le intercettazioni del Ros dicono che proprio all’interno della moschea di Campobello sarebbe avvenuta l’affiliazione di Hamdi al gruppo di jihadisti. Il suo “padrino” mandò un sms ai complici: «Prendi il mio sangue come vuoi e disperdi il mio corpo per il tuo disegno come vuoi. Amen». Era il segnale convenuto che in Sicilia c’era un nuovo adepto. Il “padrino” era Abou Alì, marocchino, operaio stagionale, anche lui è stato arrestato.
La sera, invece, Hamdi parlava al telefono con i suoi nuovi complici e via Internet si scambiava foto e video della «guerra santa». L’ordinanza che l’ha portato in carcere parla di una sequenza di immagini in cui si vede anche un attentato.
Rami tiene a ribadire: «La nostra famiglia si sente profondamente legata all’Italia». E ancora: «È assurdo tutto ciò che è accaduto di recente in Francia. Non si può uccidere in nome della religione. L’Islam è amore, l’Islam è libertà ». Ora la famiglia Chamari aspetta che Hamdi sconti la sua pena. Poi, probabilmente, per il giovane tunisino di Castelvetrano il sogno italiano sarà finito. «Mio padre sta cercando di mettere da parte i pochi risparmi per fare una casa ad Hamdi in Tunisia ».

[di Salvo Palazzolo – http://ricerca.repubblica.it/]

[useful_banner_manager banners=7 count=1]

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: