(Anniversario) De brevitate vitae: il quarto anno senza te.

“Ciao mamma, che fai?” Potrebbe essere questo uno dei tanti messaggi che ti avrei scritto e inviato in un giorno qualsiasi di un piovoso mese di novembre ma se il mio operatore telefonico ha una copertura quasi totale nel territorio italiano, non penso possa arrivare fin lì: in Paradiso. Il 2019 sta per finire e anche per quest’anno non poteva mancare la famosa ciliegina sulla torta.

Chissà se esiste un manovratore oltre l’iperuranio che tutto muove e tutto puote, che ha già scritto il destino di ognuno di noi e che, raramente, per puro diletto si scomoda a modificarlo.

Il 24 marzo di quest’anno termina la lunga faida della nostra famiglia. Il termine sa più di tecnicismo criminale ma non ho trovato alternative. Le porte del cielo si sono aperte per il tuo papà, il nostro caro nonno.

Il nonno, una piccola ma grande persona che in questi ultimi anni nonostante le perdite di te figlia e della nonna subito dopo non si è mai abbattuto e con tutti gli acciacchi fisici che l’età porta ha sempre donato un sorriso e una battuta a noi nipoti e a tutti coloro i quali incontrava durante la sua giornata mostrando, altresì, tanta voglia di vivere. Un marito ma soprattutto un grande padre che ha sempre messo al primo posto la famiglia e l’amore verso di noi e per noi. Adesso siete tutti insieme, un dato sorprendente e inimmaginabile.

Tengo tutte le vostre fotografie sopra la mia scrivania e ogni giorno vi guardo uno a uno e qualche volta sembra di ricevere un vostro sorriso, un cenno di conforto o un ammonimento; sembra che quelle foto siano viventi.

In questo lungo anno ho, spesso, sentito la frase “quanta è bella la solitudine, quanto è bello stare da soli”. Vorrei contraddire tale inciso e sebbene tutto possa essere soggettivo, a mio modesto parere, ci sono due tipi di solitudine: la prima dalle relazioni sentimentali ma con la presenza dei propri cari e la seconda che è quella, passatemi la parola, totale. Quest’ultima è la peggiore: ci si ritrova in quel cono d’ombra ricavato da una porta semi chiusa e nei momenti di silenzio assoluto, ti poni tante di quelle domande di cui non avrai risposta.

Mi si potrebbe obiettare: ci sono gli amici. Sì, è vero ed io ringrazio il buon Dio per averli e dirò loro sempre grazie per essere presenti in questa vita, per sopportarmi e supportarmi, per ascoltarmi e per parlarmi ma, credo, che non basti.

Immaginate una linea lunga 100 metri: gli amici ti portano fino al 70° metro poi serve quel quid pluris per arrivare quasi a cento. Dico “quasi” perché la perfezione non esiste e quando si pensa di averla trovata o raggiunta basta poco per individuare un difetto. Quel quid chi lo può dare? In primis la famiglia, poi noi stessi e, perché no, anche l’amore. Quando manca una delle tre variabili, la salita verso la scalata è molto più complicata ma non impossibile.

Che fare quindi? Donatevi al prossimo, amate con tutti i crismi dei rischi e pericoli anche di un possibile fallimento ma se non si prova non si potrà capire se ne è valsa veramente la pena. Date la possibilità a chiunque di farsi conoscere per quello che è, non alziamo dei muri. Poco importa se la persona con cui state intrattenendo un rapporto abbia una laurea o un diploma, un oggetto prezioso al polso o una semplice utilitaria. Se riesce a farvi sorridere in modo naturale e senza sforzo, forse, è quella giusta. Nel momento in cui stai mettendo la tua persona in gioco, ti senti meno solo.

Antonella, mia madre, ha sempre donato se stessa non solo ai suoi figli ma anche agli altri, amando il suo lavoro ed elargendo tutta la sua sapienza sia giuridica ma soprattutto umana a chi intratteneva un rapporto dialettico con lei, alunni per la scuola e persone comuni per l’avvocatura; riuscendo, in parte, a colmare il vuoto lasciato dalla prematura scomparsa di suo marito Maurizio, mio padre.

Una domenica di maggio m’imbattei in una lunga chiacchierata con una persona, la quale mi disse con tono spronante: “Bisogna voltare pagina”; questo potrebbe essere il primo vero passo per iniziare un nuovo percorso. Chiudere, in parte, con il passato anche se questo rimane ancora secretato dentro di noi; passato che lascia non più una grossa ferita ma una cicatrice.

Si dice che in Giappone i vasi rotti vengano riparati con l’oro, in modo particolare con la tecnica del Kintsugi, oro che funge da collante per le spaccature lasciando delle cicatrici dorate. D’altronde la vita è in continuo movimento, essa è più altalenante che lineare ed ecco che quindi da lì, da quelle cicatrici ricoperte di oro, si può e si deve ricominciare. Il nostro vaso rotto dovrà essere più bello di prima.

Il mio più grande sogno? Ne avevo tanti, mamma. Alcuni diventati una chimera, ma almeno uno si realizza ogniqualvolta vado a dormire: stare tutti insieme, anche per un caffè.

Colgo l’occasione per ringraziare una persona a te cara che ci hai mandato e di cui preferisco non fare il nome ma la sua epifania non è altro che una tangibile prova dell’esistenza degli angeli. Persona che in questi anni ci ha fatto e continua a farci quasi da papà.

Ringrazio sempre te, cara mamma, che se pur assente in questa vita terrena sei onnipresente e che, chissà, un domani ci rivedremo e allora sì che sarà un bel giorno.

Chiudo questa mia breve riflessione sull’anno passato alla stessa maniera di quelle del 2016 e 2018, con un tuo messaggio ricevuto la sera in cui mi trovavo dentro un frantoio oleario. Un messaggio che possa essere di aiuto non solo a me ma a tutti coloro i quali hanno avuto la pazienza di leggere quanto scritto:

Ogni persona ha un suo destino ma molto dipende anche da come si affronta la vita. Bisogna sempre essere positivi e propositivi. Vedrai che si accenderà un sorriso.

Ad maiora

Aurelio, tuo figlio.

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