Rigenerazione urbana, ora la questione è di educare la politica

silvia davite

di Silvia Davite

[REDAZIONE] 30 DIC – Le città le giro a piedi. È un’abitudine che ho da sempre. Meglio e’ un’abitudine che ho da quando, bambina, lessi per la prima volta Elias Canetti: “Le voci di Marrakech”… come dice il Senatore Casini dal Mediterraneo nascono problemi, ma pure le soluzioni ad essi.

Ho percorso a piedi tutte le città che ho amato fino al 2011, a maggior ragione la mia Milano. È un fatto di gusto, non c’è dubbio, ma pure un fatto di serietà: il miglior modo per comprendere che cosa accade dentro le nostre metropoli senza fermarsi alle apparenze, senza presunzioni e mettendosi nei panni degli altri.

Conosco solo due persone che hanno amministrato le proprie città attraversandole a piedi sistematicamente: una e’ l’ex Sindaco di Salerno De Luca e l’altra e’ Carlo Tognoli, l’ex Sindaco di Milano. Che poi Salerno e Milano siano le mie due città e’ un fatto puramente casuale, una coincidenza.

Con questo spirito di osservazione ho ricoperto l’incarico di responsabile dei quartieri popolari per il SUNIA, con questo spirito ho lavorato come consulente di Pagine Gialle per le piccole imprese e con lo stesso spirito ho assunto il ruolo di responsabile del personale di una cooperativa di servizi agli alberghi milanesi. Cito queste esperienze perché grazie ad esse ho percorso palmo a palmo l’intera Grande Milano: dai quartieri residenziali, ai distretti commerciali e artigiani, dai locali di produzione culturale, alle aree sportive, dai parchi alla collocazione delle sedi delle associazioni, agli alberghi.

Per una volta forse vale più questo tempo speso a camminare per la città che tabelle, dati e numeri sul patrimonio sfitto, invenduto, sotto utilizzato.

C’è quasi una continua auto suggestione della politica e dei media a dare i numeri attorno al costruito, all’abbandonato e allo sfitto: se le stesse energie venissero impiegate nell’elaborare progetti su beni immobili ed aree precise per i quali chiedere in modo pubblico, trasparente e rivolto a tutti, tramite il web, finanziamenti e capitali, occuperemmo meglio i nostri spazi e il nostro tempo.

Giovani Frontiera Milano, il network dei giovani delle periferie della Grande Milano nasce con questo scopo. Giovani Frontiera Milano o Generazione Facility Management per dirla con le parole dell’intuitivo Presidente di Ifma Italia, Alfredo Romeo.

Giovani Frontiera, un’associazione nazionale di promozione sociale, che intende lavorare per promuovere un metodo innovativo nel campo dell’accompagnamento ai processi di rigenerazione urbana partendo da un punto semplice quanto banale: invertire lo schema, costruire i progetti a partire dal protagonismo di chi in prima persona e’ coinvolto dalle trasformazioni, poi proporli e lanciare, come detto per primo dall’Architetto Stefano Boeri su Repubblica, una campagna per sollecitare i capitali pubblici e privati ad investire.

Fino ad oggi infatti non sono mancati i luoghi di confronto e partecipazione, quello che è mancato e’ il coinvolgimento reale e in prima persona dei residenti e la scelta, tutta politica, di assumere le loro energie come base per una politica urbanistica che metta al centro la persona. Quel nuovo umanesimo di cui oltre dieci anni fa ha iniziato a parlare Massimo Ferlini e che oggi è diventato, almeno a parole, patrimonio di tutti.

Alcuni esempi milanesi: se nelle case Aler del quartiere Salomone Bonfadini, come in quelle di proprietà comunale al quartiere Isola, si attiva un progetto di insegnamento della lingua italiana agli stranieri o il dopo scuola ai ragazzini, ma in quei progetti non vi lavora nessun disoccupato del quartiere, gli stessi verranno da molti residenti non riconosciuti se non addirittura osteggiati o vissuti come conflittuali con i propri bisogni; se gli anziani delle case popolari di via Volturno e delle adiacenti cooperative chiedono uno spazio autogestito per giocare a carte e tramandare nel modo più informale e vero la storia del quartiere, ma non trovano risposte, l’intera comunità decide di rinunciare ad una parte di essa; se all’Agenzia per la Casa di Quarto Oggiaro vi lavorano persone provenienti dalle banche, dalle confederazioni sindacali o artigiane, dalle Università, senza formare o dare lavoro a nessuno del quartiere (migliaia di alloggi pubblici), inevitabilmente il progetto soffre di senso della realtà e, pur non volendo, si produce una separazione oltre a non aiutare il lavoro delle forze di difesa e sicurezza che storicamente in quel quartiere hanno dato il meglio di loro stesse; se in Viale Padova nascono esperienze imprenditoriali della cultura di strada e le stesse non vengono valorizzate attivamente per diventare polo aggregativo e di mediazione per preparare lo smantellamento di zone franche, e’ uno spreco di soldi ed energie.

Pochi esempi che mirano a rendere chiaro un obiettivo: passare dalla partecipazione come pura e semplice operazione di consultazione, alla partecipazione come riscatto sociale.

Per raggiungere questo scopo gli ultimi tre governi hanno fatto oggettivamente molto: la centralità di Cassa Depositi e Prestiti e la sua ricollocazione strategica con azioni concrete già in atto nei mesi recenti in molte regioni italiani, non ancora, come si deve, a Milano e in Lombardia; il lavoro prima di tutto culturale di Raffaele Cantone; la capacità di rendere conveniente fondare il rilancio economico dell’Europa a partire dalle città messa in campo dal Presidente Monti (e dai tedeschi bavaresi); la ridefinizione delle competenze stato – regioni grazie al prezioso contributo del Presidente Luca Zaia e dell’On. D’Alia; la pubblicazione dei bandi del Governo Renzi per il rilancio delle periferie che costringano le istituzioni a cooperare e massimizzare le risorse: perché il vero federalismo e’ questo, non raddoppiare i costi per i cittadini.

A Milano e in Lombardia gli esiti di tutto questo impegno di Roma sono ancora piuttosto limitati sostanzialmente per via di norme urbanistiche e di bilancio non coerenti ed arretrate, esattamente come per le politiche abitative. Si tratta di un deficit di visione politica espressa dal territorio che in cinque anni non ha saputo mettere d’accordo Comune di Milano, Città Metropolitana e Regione Lombardia nel concepire “le politiche abitative ed urbanistiche come tassello essenziale della riforma del welfare locale” come giustamente e finalmente scrivono gli uomini di Roberto Formigoni in Regione Lombardia.

Il recente affossamento della delibera sugli scali ferroviari da parte del Consiglio comunale di Milano e’ la manifestazione più evidente di questo deficit; il modo aleatorio con cui si è fin oggi dispiegato il dibattito sulla macro regione alpina e il provincialismo delle politiche culturali regionali sono i due indizi che fanno una prova.

L’On. Giancarlo Giorgetti della Lega Nord chiede giustamente un percorso ricostituente dell’Europa a partire dal principio di sussidiarietà, realizzarlo praticamente nelle periferie lombarde sarebbe già un successo.

*pubblicato originariamente su: http://silviadaviteposts.tumblr.com/

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