QUANDO LA GIUSTIZIA SI BASA SUI “PENTITI PER PROCURA”

giustizia

di Elena Manzini

REDAZIONE, 05 NOV – La Giustizia, si sa, in Italia è in forte “sofferenza” in tutti i sensi: tagli continui (mancano i soldi per le fotocopie in taluni tribunali o procure), mancanza di personale amministrativo, per non parlare dell’informatica materia quasi sconosciuta, mancanza di gente di Giustizia in grado di comprendere le norme dettate dal diritto italiano. Così è sempre più facile vedere in galera il poveretto che ruba per fame anzichè colui che ha truffato milioni di euro alla comunità, colui che arriva a fare rapine con false pistole perchè stritolato dai debiti contratti con gli strozzini autorizzati (che poi sono le banche) anzichè qualche buontempone della politica che a “sbaffo” e pure indagato continua a percepire l’indennità parlamentare.
E poi vi è un fenomeno che periodicamente ritorna, in certi particolari momenti ed in certe particolari zone. Quello del “Pentitismo per Procura”. Ultimamente sono talmente tanti i “pentiti di mafia” che non basta una enciclopedia di 20 volumi più gli indici per contenerne tutti i nomi. E guarda caso, senza essere chissà chi, facendosi due o tre conticini salta all’occhio che proprio quando l’Italia sta per entrare in guerra in Libia, si è in prossimità di elezioni, escono notizie su il Pinco Pallino della situazione che afferma di essere stato finanziatore, amico, pizzinaro di Matteo Messina Denaro. Quest’ultimo sembra essere diventato “l’uomo per tutte le occasioni” quando si deve deviare l’attenzione delle persone da altro o lanciare dei messaggi subliminali. Mettiamoci pure una certa parte di giornalisti che ovviamente devono procedere di ricamo per scrivere sulla “Primula Rossa” di Castelvetrano….si sa i lettori vanno alla ricerca dei particolari e più conditi sono meglio si vende. Il problema però è un altro. Il continuo “Pentitismo per Procura” non ha fatto altro che creare una sorta di mito pericoloso e fuorviante a cui tante persone guardano con estremo interesse e quasi con ammirazione.
In certe zone d’Italia, vista la penuria di occupazione, essere un “pentito per Procura” è anche vantaggioso, se “si tiene famiglia”: la famiglia viene mantenuta con tutti annessi e connessi a spese dell’intera comunità. Poi ogni tanto per alzare la posta si fa una ritrattazione e la telenovela continua. Possibile però che a nessuno sia mai venuto in mente come mai certi pentiti o loro famigliari, schierati contro la Mafia ( e qui ci sarebbe molto da dire sul fenomeno perchè la Mafia non è solo una o meglio ci sono delle variazioni sul tema) e così propensi a parlare con i magistrati possano godere di capitali di grandi entità? O si possano permettere atteggiamenti strafottenti ricorrendo proprio al parente pentito?
Il meglio del “Pentitismo per Procura” esce quando, certi magistrati non sanno più che pesci pigliare e mettersi a fare indagini serie costerebbe troppo tempo e fatica, nonchè il rischio di pestare i piedi sbagliati: ecco che grazie al pentito, a qualche giornalista “compiacente”, si crea il “mostro”. In fondo ci vuole poco: due pirla, due affermazioni, una persona un po’ sopra le righe ed il gioco è fatto. E così ci si può ritrovare dall’oggi al domani da semplice cittadino (che magari ha conosciuto e parlato con la Messina Denaro, come la gran parte della gente di Castelvetrano quando tutti beneficiavano dei suoi soldi) si diventi il “pezzo da 90” da sbattere in galera per fare bella figura e sottoporre alle più spietate angherie, applicando (in maniera decisamente subdola) il famigerato 41-bis o “carcere duro” ( legge 7 agosto 1992, n. 356, comma 2-quater ).

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