Milano, il barista rinuncia alle slot: “In tanti qui hanno perso la dignità”

Giuseppe Stallone
Giuseppe Stallone

«Era impossibile stare a guardare. Una volta un ragazzo del quartiere, coetaneo di mio figlio, in due ore si è giocato la metà del primo stipendio: a quel punto ho detto basta. E ho fatto togliere le slot». Giuseppe Stallone (nato a Campobello di Mazara, residente da anni nella metropoli lombarda ndr), lo scorso febbraio è stato il primo a ricevere l’attestato di “Bar anti slot” del comitato Jenner-Farini, per aver eliminato dal suo locale, ormai tre anni fa, le slot machine: una decisione controcorrente, all’epoca. Ma che adesso torna di attualità, con la discussione in Regione per una legge che ponga un freno al diffondersi delle slot. E con il dilagare del gioco d’azzardo patologico: almeno 25mila i malati in Lombardia, che con un giro d’affari da 9,9 miliardi di euro l’anno si piazza al primo posto tra le regioni italiane. «Non dico che eliminare le macchinette sia stata una scelta facile – ricorda Stallone – Con i tempi che corrono, rinunciare a una fonte d’incassi non è semplice. Ma ne sono fiero: qui si sta parlando di una piaga sociale, qualcosa va fatto».

Per quanto tempo ha avuto le slot?
«Circa un anno e mezzo. Quattro anni fa una ditta che noleggia gli apparecchi ci ha contattato e ci ha offerto di installarli: nessun costo di affitto, manutenzione a carico del gestore e introiti divisi a metà, al netto delle imposte. Con questo meccanismo riuscivamo a guadagnare anche 2.500 / 3mila euro al mese».
Un buon affare.
«Sulla carta, sì. Poi, però, ho dovuto fare i conti con la realtà».
Ovvero?
«Pensionati, giovani, donne e uomini: tutti giocano alle slot. E tutti ne vengono trasformati: è come se quegli apparecchi cambiassero la fisionomia di una persona. Ho visto gente tranquilla bestemmiare, mettere da parte controllo e dignità dopo aver perso una partita. E più di una volta mi sono trovato in difficoltà».
In che senso?
«Una volta ho trovato un ragazzo cinese davanti alla saracinesca del bar alle sei e mezzo del mattino. Appena mi ha visto ha iniziato a chiedermi di aprire: voleva ricominciare a puntare per rifarsi di quello che aveva perso la sera prima. Chi gioca diventa maniacale: tante volte ho discusso con alcuni che non volevano allontanarsi dalle slot, malgrado fosse l’ora di pranzo e io dovessi spegnere gli apparecchi per far mangiare in pace gli altri clienti. Per non parlare delle volte in cui ho provato pena per chi avevo davanti».
Per esempio?
«Ricordo un’anziana che arrivò con il carrellino della spesa, ancora vuoto, e tirò fuori una banconota da venti spiegazzata. Se la fece cambiare in monete, poi iniziò a giocare: dopo dieci minuti ritornò, disperata, dicendo di aver perso tutto. E di non sapere come fare la spesa».
Il caso che l’ha colpita di più, però, è stato quello del coetaneo di suo figlio.
«Un ragazzo di 23 anni, cliente abituale: ogni tanto capitava che gli offrissi un caffè o una birra. A un certo punto, sparisce per un po’: lo incontro per caso dopo un mese, mi dice che ha trovato lavoro e che ha appena preso il primo stipendio. Dopo un paio d’ore torno al bar e lo trovo alle macchinette: si era giocato mezza paga. Mi sono chiesto: e se capitasse a mio figlio?»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: