Aurora a Campo-fermo 

Uno strato sottile di nuvole offuscava il cielo rendendo quasi grigi le albe e i tramonti per coloro che si esprimevano con nuove parole e nuovi pensieri, le quali erano del tutto inconsuete a tanti altri cittadini sempre dediti alla quotidianità e al rispetto assoluto delle consuetudini e delle “eccezioni alle regole”.

Le nuove espressioni erano figlie dei giovani di Campo-fermo che, per l’esiguo numero che oramai raggiungevano, erano avvertiti come entità indistinte della società in cui erano nati e vivevano.

Molti di loro, infatti, erano volati via con la stessa intensità con cui lo Scirocco trasporta la sabbia del Sahara attraversa il Mediterraneo per giungere fino a noi, e come grazie alla forza degli Alisei riesce ad attraversare l’Atlantico, raggiungendo la foresta Amazzonica per donare a quelle terre nuova linfa vitale da cui far nascere altre vite. 

Fiori di piante sempreverdi e dai frutti dai colori accesi, i giovani sarebbero dovuti essere le zagare profumate primaverili e l’arancione col quale spezzare i colori scuri dell’inverno, succo fresco di agrumi che disseta e appaga il gusto e i sensi, linfa vitale che detiene la forza impetuosa e generatrice dell’inevitabile evoluzione da una società verso l’altra.

I giovani sono acque rigogliose di torrenti, che sgorgano da aspre montagne e si insinuano in ogni fessura, seguendo corsi impervi e dividendosi in più canali, con l’obiettivo di raggiungere il mare dopo migliaia di metri. Acque che donano vita a chi si affaccia sulle rive ad osservare, ascoltare, assaporare il nuovo gusto giunto sino in basso.

Campo-fermo arrestava, con la sua implacabile inerzia, qualsiasi condizione vitale per una società.
Le nuove idee, dalle quali attingere per credere e costruire un futuro che non fosse sbocciato nuovamente dalle consuetudini e dalle eccezioni alle regole, perché sarebbe stato, ovviamente, privo di vitalità, venivano spinte lontane come se queste fossero ammorbanti. 

I giovani avevano ascoltato i proclami come i tanti cittadini che vivevano avvolti in una coltre di consuetudine. 

Provarono timidamente a raccontare loro di una società diversa, in cui anch’essi avrebbero dovuto essere protagonisti, e non solo attori muti e invisibili, fonte a cui ispirarsi per costruire un nuovo futuro, ma non furono ascoltati, perché erano mutati i termini con i quali si esprimevano le nuove generazioni. 

Sfidando tenacemente il difficile udito, decisero di rendere ancor più chiaro a tutti il loro mondo interiore, e tutto ciò che essi avevano vissuto e assorbito negli anni di crescita a Campo-fermo.

Il giorno del Solstizio, quando il Sole rende agli umani tanta luce, e a mezzogiorno, quando i raggi luminosi sono al massimo della loro intensità, i giovani decisero di ascendere sul piedistallo e rivolgere ai dormienti astanti le loro parole intrise di emozioni contrastanti.

Due di essi, un ragazzo e una ragazza, rappresentavano l’esigua comunità dei giovani di Campo-fermo.

Pochi passi per scorgere dall’alto i visi degli speranzosi e gli occhi distratti dei tanti pieni di certezze e privi di dubbi.

I due ragazzi fissarono l’orizzonte e l’intenso riflesso della luce del Sole sul calmo mare di fronte a loro, come ad attingere la forza con la quale iniziare a scandire le parole.

Si mossero rigidamente. Salirono quei pochi gradini lentamente, un passo cadenzato dietro l’altro. Si avvicinarono l’uno all’altro, perché la vicinanza li avrebbe fatti sentire meno soli. Le mani impacciate reggevano il foglio in cui avevano scritto le poche parole che, di lì a poco, avrebbero letto a chi era accorso ad ascoltare questo insolito proclama di Campo-fermo. Alzarono un braccio per salutare la folla radunata. Era la prima volta che si rivolgevano ai non coetanei. 

 Fissarono la folla e dissero:

“È venuto il momento di andare oltre ciò che abbiamo sempre avuto e conosciuto. È giunto a noi l’attimo in cui Campo-fermo deve guardare se stessa, specchiarsi nuovamente e rendere visibile a tutti (e a noi stessi) i lunghi inverni grigi che abbiamo vissuto in questi anni.

È giunto il momento di capire in quale società viviamo e in quale società dovremmo vivere. Questo mondo deve mutare in un nuovo mondo, e non può continuare a essere quello del passato e contemporaneamente quello del futuro. Noi abbiamo vissuto e respirato aria malsana e mai siamo stati ascoltati. Ci siamo sempre cibati delle parole del passato e sempre ci siamo dissetati di bevande amare.

Sono mancati gli arcobaleni dopo le piogge, perché queste non sono mai state foriere di un nuovo mondo. 

Abbiamo vissuto in un mondo di consuetudini e di eccezioni alle regole, invece avremmo dovuto vivere in un mondo di consuetudini ma senza eccezioni alle regole. 

Abbiamo camminato su strade tortuose e polverose, avremmo avuto bisogno di strade meno tortuose e meno polverose. Pretendiamo strade lastricate e luccicanti!

Abbiamo sempre respirato il dolore della comunità e mai abbiamo potuto guardare con favore la società in cui siamo nati e di cui avremmo dovuto gioire.

Abbiamo dovuto bere il succo dell’abbandono della comunità come unico appagamento per il nostro futuro. Anzi! L’abbandono della comunità è stato sempre propagandato come unico rimedio per sentirsi ancora in vita.

Molti di noi giovani siamo cresciuti quasi aspettando trepidanti il momento in cui alzare il braccio e salutare i propri ricordi, cercando di non cancellarli definitivamente. E Campo-fermo sembra che abbia avuto a cuore sempre questi addii e la ripetizione costante di queste doloranti fughe cittadine. 

Come legna da ardere per rendere ancor più vivace e intenso il fuoco, Campo-fermo ha da sempre alimentato l’eliminazione dei giovani dal tessuto sociale della comunità.

Adesso è giunto il momento di chiarire come il futuro di Campo-fermo non esista, perché mai nessuno ha provato a creare un futuro. Mai nessuno ha provato ad attingere dalla linfa vitale e generatrice dei giovani per costruire un futuro in cui rispecchiarsi e saziarsi. Non esiste il futuro a Campo-fermo e noi, noi giovani, non possiamo addossarci delle colpe che non ci appartengono. Ritornando nelle vostre case specchiatevi e guardate bene quanto futuro è stato tolto a Campo-fermo, e quante forze vitali sono state costrette a voltarsi e incamminarsi verso altre vie, abbandonando tutto ciò in cui avevano, seppur minimamente, sperato. 

L’indolenza ha guidato le parole di troppi cittadini di Campo-fermo. L’indolenza delle parole ha reso vacui i pensieri espressi. L’indolenza dei pensieri ha reso inesistente il futuro, o meglio ha reso il passato futuro.

Servono intense piogge per irrigare la campagna e colorare di verde Campo-fermo.”

Tanto silenzio. 

di Giovanni Stallone © Riproduzione vietata

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