E’ successo ad Alcamo per Emanuela Calì, 27 anni, di Bagheria, che nel giorno dell’Epifania ha emesso la professione temporanea tra le monache clarisse del monastero Sacro Cuore.

REDAZIONE, 12 GEN – Lo scorso febbraio il Vaticano ha espresso preoccupazioni: ogni anno sono oltre 2 mila i religiosi che abbandonano, e molti lo fanno per ragioni affettive. Uomini e donne che scelgono di dedicarsi a Dio all’interno dei tanti istituti religiosi e congregazioni dunque, non reggono e dopo poco tempo abbandonano inesorabilmente la strada. Ma gli istituti, così come le Diocesi, contano, anno dopo anno, sempre meno ingressi di chi sceglie di affidarsi al Signore. Sullo sfondo c’è la crisi delle vocazioni, un tema noto da tempo. Ma non è poi così tutto nero. Seppur poche ci sono storie di chi sceglie la vita consacrata che segnano una via diversa a quella delle vocazioni che mancano. Queste notizie per le comunità diocesane, ogni volta, sono feste di grazia. Come successo ad Alcamo per Emanuela Calì, 27 anni, di Bagheria, che nel giorno dell’Epifania ha emesso la professione temporanea tra le monache clarisse del monastero Sacro Cuore. Emanuela Calì ha preso il nome di suor Teresa Maria di Gesù Crocifisso. Una giovane monaca di clausura che fa parte della nutrita comunità ad Alcamo: 21 sorelle (soltanto 5 sono quelle anziane) e una novizia attualmente a Gubbio. Una vita donata al Signore, quella di suor Teresa, «che oggi offro nello scrigno chiuso del “deserto claustrale”», dice la nuova professa. Studi al Liceo classico, poi l’Università e la frequenza dei frati minori in parrocchia: «Avevo una grande sete d’amore – racconta – un desiderio di capire cosa fare nella mia vita. Capii subito che la strada del matrimonio non era per me, così è iniziato un cammino di fede. Nell’agosto del 2012 ho trascorso un week-end francescano in questo monastero ad Alcamo e così ho capito, vivendo con le altre sorelle, che questa era la mia vita». Una scelta, quella della clausura, che agli occhi di molti può apparire senza un perché, «ma è una scelta d’amore – spiega suor Teresa – Dio mi ha detto “ti amo”, mi affascina molto la preghiera per il mondo». Storie che si intrecciano, tra religiosi e diocesani nei passi verso la scelta di donarsi al Signore. A Castelvetrano la comunità diocesana, qualche giorno fa, è stata in festa per l’ammissione fra i candidati agli Ordini sacri del seminarista Giuseppe Favoroso, 33 anni: «Era una notte calda di agosto del 2013, quando in una Veglia di preghiera, dopo aver pianto parecchio, sentii forte il desiderio di rispondere sì a quella chiamata d’amore che Gesù aveva risvegliato in me! Era stato un anno particolare quello, combattuto tra cosa fare e scegliere: se terminare la tesi magistrale in Pianificazione territoriale urbanistica e ambientale, oppure abbandonare quella strada per seguirne un’altra. Invece completai il percorso universitario e dopo un periodo di discernimento, mi lasciai guidare dai formatori del Seminario vescovile in questo nuovo cammino» racconta Giuseppe. L’anno propedeutico e l’ingresso in Seminario, oggi studente del quarto anno e della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. Giuseppe fa parte della comunità di cinque giovani della Diocesi di Mazara del Vallo che sono in cammino di discernimento e di formazione per rispondere alla chiamata del Signore nel dono del presbiterato. Insieme a Giuseppe c’è Daniele La Porta (I anno), anche lui di Castelvetrano. Tre, invece, frequentano il Propedeutico presso la Facoltà di Teologia e abitano nella casa diocesana di Palermo: Giovanni Marino di Marsala, Francesco Ingrande di Mazara del Vallo ed Erasmo Barresi di Castelvetrano. «La condivisione della vita, nella scansione quotidiana della preghiera, degli incontri di formazione, del cibo, dello studio, dei momenti di svago, delle attività pastorali e caritative, costituisce un’ottima palestra per mettersi in gioco, verificare la propria vocazione e imparare a far proprie le indicazioni della Chiesa sulla figura del presbitero oggi» ha detto il rettore del Seminario vescovile di Mazara del Vallo, don Pino Biondo.

di Max Firreri

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