“Abbiamo il sogno di diventare medici ma per farlo lasciamo l’Italia”. 5 storie di ragazzi che sono fuggiti all’estero

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di Anna Madia

Giovani, italiani e aspiranti medici. I ragazzi che non superano il rigido test d’ingresso in patria, sei su sette, sono fuori dai giochi e di fronte a un bivio: riprovare dopo un anno o dimenticare per sempre il sogno. Oggi, però, hanno un’altra possibilità, quella di immatricolarsi direttamente in un ateneo straniero. Madrid, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Albania tra le mete più ambite degli ultimi dieci anni. Qui, essere ammessi non è affatto un miraggio: la selezione è psicoattitudinale e linguistica e solo in rari casi anche basata su quesiti scientifici. Così, tra febbraio e marzo, le richieste si impennano.

Il merito, oltre che delle prove d’accesso più agevoli, è di lezioni interamente in inglese. Ma anche di titoli di studio perfettamente spendibili perché europei, oppure, come nel caso dell’Albania, perché riconosciuti con convenzioni ad hoc. Un’altra ragione del successo risiede nel basso costo della vita, calamita vera: anche quando l’università è privata e tocca quota 6-8mila euro l’anno, l’idea di una stanza superaccessoriata a 100 euro al mese è allettante.

Fa eccezione la Spagna. Con il suo costo medio di 2mila euro mensili tra spese universitarie, vitto e alloggio, offre una mobilità internazionale per poche tasche. Chi decide di trasferirsi lo fa perché tagliato fuori dalle graduatorie italiane, oppure, più spesso, per studiare in un ambiente in cui la pratica clinica conta fin dal primo giorno.

I vari spostamenti, in realtà, non interessano soltanto gli italiani. Praga pullula di greci e portoghesi, Sofia e Plovdiv si riempiono di turchi e inglesi. L’incremento è nell’intera Europa orientale, e da ogni luogo, come rivelano i dati del 2014 di Eurostat, l’istituto europeo di statistica. Tanti, in particolare, gli studenti stranieri delle professioni sanitarie in Romania (9926), Ungheria (8253), Repubblica Ceca (6907), Bulgaria (5174), Slovacchia (4869). Tra questi, sempre più italiani, come si evince incrociando i dati Eurostat con quelli dell’Ocse e dell’Unesco.

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