23 MAGGIO 1992: STRAGE DI CAPACI

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REDAZIONE, 20 MAG – 24 anni fa veniva ucciso insieme alla moglie ed agli uomini della scorta Giovanni Falcone, colui che riuscì a far parlare Tommaso Buscetta (il primo pentito di mafia). Tutti si stanno preparando per la commemorazione, che ogni anno sa sempre più di falso, anche alla luce dei recenti fatti che hanno visto personaggi della cosidetta Antimafia attori di vicende oscure e decisamente più inclini verso la Mafia.
All’imbocco dell’autostrada A29, in direzione Palermo furono fatti esplodere 100 kg di tritolo. Oggi in quel punto, a parte una sorta di monumento alla memoria che definire bizzaror è poco, capita di trovare vecchi contenitori di plastica di detersivo tagliati alla sommità dove trovano posto fiori di plastica o qualche fiore fresco che chi veramente ha amato un personaggio come Falcone ne onora la memoria. In questi giorni si sprecheranno i discorsi, le ore di trasmissioni televisive, pagine di giornali e pagine online dei social, proprio come una delle tante commedie del falso moralismo che danno assuefazione.
Sentiremo questo e quel magistrato parlare della propria amicizia con Falcone, giornalisti che ripercorreranno quei tragici momenti, ma ben pochi, probabilmente, avranno il coraggio di menzionare quando Falcone era vittima delle invidie dei colleghi del Palazzo di Giustizia di Palermo (il Palazzo dei Veleni) che lo deridevano affibbiandogli del “campione dei giudici” o dello “sceriffo”. Nessuno dirà che un magistrato (di cui per ora non si conosce ancora il nome….) suggerì a Chinnici, superiore di Falcone: “Seppelliscilo sotto montagne di piccoli processi almeno ci lascerà in pace”. Evidentemente però “certi colleghi” non avevano tenuto conto della sua capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri, di non arrendersi mai.
Falcome ripeteva spesso: “Non sono un Robin Hood, ne un kamikaze e tantomeno un trappista. Sono semplicemente un Servitore dello Stato in terra infidelium”. Uno Stato che lo ha tradito, alleandosi con la Mafia (ben più organizzata dello Stato stesso, come ci ha dimostrato col tempo). Lascia perplessi constatare come nessuno avesse fatto caso ed indagato sull’arrivo nel carcere dell’Ucciardone di 2 bottiglie di Don Perignon ed invece sconvolge come le guardie carcerarie non abbiamo represso i festeggiamenti dei mafiosi una volta appresa la notizia.
Quel tragico 23 maggio morirono: Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

di Elena Manzinielena manzini

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